“La presa di potere da parte dei talebani appare completa e, nel prevedibile futuro, senza alternative. Bisogna quindi tenerne conto e dedicare ogni nostra energia nell’evitare vendette e spargimenti di sangue, proteggendo, per quanto è possibile, almeno i diritti elementari di tutti i cittadini afghani. Non credo che, nonostante le dichiarazioni riassicuranti, quest’obiettivo sia una priorità degli attuali governanti del martoriato Paese”. Romano Prodi, in un intervento su Il Messaggero, allunga la lista di personalità politiche che auspicano un confronto con i fondamentalisti che hanno già dimostrato nei giorni scorsi di non aver messo da parte la violenza.

Solo ieri la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha ribadito che con i talebani ci sono solo “contatti operativi e non politici” e che “non ci sono discussioni politiche con i talebani e non c’è alcun riconoscimento”. La cancelliera tedesca, Angela Merkel, e il premier Boris Johnson ritengono che un dialogo potrebbe essere necessario.

Secondo l’ex premier e ed ex presidente della Commissione europea “solo una forte pressione internazionale, fondata su un comune interesse per una stabilizzazione dell’Afghanistan, può in qualche modo evitarne le più drammatiche conseguenze (…) Il dialogo con i talebani è quindi un passo obbligato ed è perciò positivo lo sforzo che sta facendo Draghi per metterlo nell’agenda di una riunione straordinaria dei G20, dove Cina e Russia siedono insieme agli Stati Uniti, ai Paesi europei, all’India, alla Turchia e all’Arabia Saudita”.

“Una sede in cui, anche se non è il luogo ideale per prendere decisioni concrete, si può iniziare la ricerca di un compromesso fra tutti coloro che, per diverse ragioni, hanno interesse a non creare ulteriori tensioni in un’area così politicamente delicata. È infatti più facile iniziare un dialogo in questa sede così ampia che non in incontri diretti fra Paesi divisi da forti e crescenti contrasti”. Conclude Prodi: “Fallita l’opzione bellica ci resta infatti solo la via del dialogo, anche con paesi e organizzazioni politiche così lontane dalla nostra tradizione”.

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