Chi sperava che il lockdown avesse insegnato qualcosa alla politica romana sull’importanza della connessione veloce dovrà amaramente ricredersi. Mentre gli investimenti in fibra vanno avanti con il contagocce, e gli italiani fanno i conti con collegamenti internet spesso e volentieri ballerini, nei palazzi romani è iniziata la guerra di posizione. La posta in gioco è del resto alta: la gestione dei 3,86 miliardi di euro di denaro pubblico previsti nel piano di resilienza per lo sviluppo delle telecomunicazioni.

Così si stanno schierando uomini e forze in campo: da un lato c’è il ministro per l’innovazione e la transizione tecnologica, Vittorio Colao, già numero uno di Vodafone; dall’altro il ministro per lo sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, che ha le deleghe per le reti di telecomunicazioni e tv e, attraverso Invitalia, controlla Infratel, l’azienda che scrive i bandi per ottenere i soldi pubblici per gli investimenti. Colao punta tutto sul Piano Italia a 1 Giga (con una soglia minima però 300 Mbits/s) entro il 2026 scommettendo su tutte le tecnologie disponibili, soprattutto sul 5G; Giorgetti invece ha chiamato alla direzione generale per servizi di comunicazione elettronica, radiodiffusione e poste del Mise l’avvocato Francesco Soro, che viene dal comitato strategico dalla società pubblica Sport e Salute, affidandogli la partita della fibra e della rete unica, nonché indirettamente il futuro di Telecom Italia e della rivale Open Fiber.

Tutto tace invece al ministero del Tesoro che controlla Cassa Depositi e Prestiti, socia sia di Telecom Italia che di Open Fiber, i due principali attori degli investimenti in fibra nonché eterni promessi sposi. Per il Mise toccherà al ministro Daniele Franco trovare la quadra sul ruolo di Cdp dove da poco è s barcato il nuovo amministratore delegato, Dario Scannapieco. Al momento si susseguono gli incontri senza che vengano prese decisioni sul tema.

Per ora, sul piano industriale, l’unica certezza è che le nozze Telecom-Open Fiber sono in netto ritardo rispetto a quanto avrebbe gradito l’ex monopolista . Inoltre, in base all’attuale tabella di marcia, le gare per l’intervento pubblico per la banda larga non saranno aggiudicate prima della prossima primavera. E sul 5G il Paese si sta ancora attrezzando. Con il Piano Italia ad 1 Giga, Colao punta a superare l’impasse Telecom-Open Fiber accelerando gli investimenti sulla connettività veloce con ogni tipo di tecnologia. Poco importa che si tratti di 5G, ponti radio FWA o fibra . L’essenziale è risolvere la questione connettività veloce nel più breve tempo possibile, anticipando i target fissati da Bruxelles al 2026. Ma per Giorgetti invece resta centrale il tema rete unica. A patto che sia a controllo pubblico. Idea che non piace a Telecom Italia che vorrebbe mantenere il controllo sulla futura infrastruttura di rete a banda ultralarga a garanzia dei debiti contratti (22 miliardi di indebitamento finanziario netto al 30 giugno 2021, 31 lordi). Nei prossimi mesi si vedrà quale delle due posizioni prevarrà e quale compromesso riuscirà a trovare il governo Draghi in una partita che dura da anni.

Intanto è un dato di fatto che il primo passo per la realizzazione del progetto rete unica non è stato ancora compiuto: l’uscita di scena dell’Enel dal capitale di Open Fiber di cui è socia anche Cassa depositi e prestiti è un dossier che procede a rilento. La vendita al fondo australiano Macquarie è al momento al vaglio dell’Antitrust e, secondo l’azienda pubblica, dovrebbe concludersi entro fine anno generando una plusvalenza da 1,7 miliardi. A quel punto, Cassa Depositi e Prestiti, che nell’ambito della stessa operazione con Macquarie comprerà una piccola quota aggiuntiva di Open Fiber, avrà la maggioranza della società e dovrà decidere il da farsi. E cioè se portare avanti o meno il progetto di rete unica in passato sostenuto dal governo Conte, dall’ex amministratore delegato di Cdp, Fabrizio Palermo e dall’ex ministro dell’economia Roberto Gualtieri. Con tutti i problemi correlati alla valutazione della rete di Open Fiber e degli asset di Telecom Italia nell’ambito della futura fusione.

Il convitato di pietra della partita resta Telecom Italia i cui risultati non brillano: nel primo semestre 2021 i ricavi sono scesi del 2,5%, mentre il margine operativo lordo è sceso del 18,5% mentre le perdite consolidate sono state di 45 milioni. Tutta colpa di pesanti oneri finanziari (oltre il miliardo e cento milioni) e di un mercato molto aggressivo in cui hanno fatto capolino operatori come la francese Iliad che ha raggiunto il pareggio di bilancio a soli tre anni dal debutto in Italia conquistando il 10% del mercato. Ed ha anche stretto un accordo con Tim per lo sviluppo della rete di FiberCop, la società della rete creata da Telecom e partecipata dal fondo Kkr. Operazione peraltro simile a quella realizzata un anno prima con Open Fiber.

Fra gli addetti ai lavori, la sensazione è che la battaglia sia appena iniziata. Ma che i soldi del Piano nazionale di resilienza e di rilancio possano sbloccare la partita. Intanto il progetto del governo Italia a 1 Giga e la relazione della mappatura reti fisse 2021 sono andati in consultazione pubblica dal 6 agosto fino al 15 settembre 2021. Segno che almeno formalmente qualcosa si sta muovendo sia pure molto lentamente. Anche sul fronte connettività delle strutture pubbliche: secondo quanto riferisce la società pubblica Infratel, al 31 luglio, erano state connesse 1452 scuole, una piccola parte delle 9mila strutture che il governo Draghi ha previsto di cablare. Poco, ma pur sempre un inizio.

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