Dopo il fallimento delle norme inserite nella legge di Stabilità per il 2014 e nel decreto Dignità del 2018, ora è il governo Draghi a imbarcarsi nell’impresa di contrastare per legge le delocalizzazioni produttive. Il ministro del Lavoro Andrea Orlando e la viceministra dello Sviluppo Alessandra Todde, stando alle bozze del provvedimento, intendono copiare la loi Florange varata nel 2014 (da un Francois Hollande in campagna elettorale) per rispondere alla “fuga” di ArcelorMittal dallo stabilimento siderurgico della Mosella. Ma anche quella legge, come ha riconosciuto lo scorso anno al Senato l’allora titolare del Mise Stefano Patuanelli, si è rivelata largamente inefficace come deterrente nei confronti delle multinazionali che decidono di spostare la produzione altrove. Senza un intervento di Bruxelles, del resto, i principi della libertà di impresa e della libertà di stabilimento all’interno dell’Unione europea non possono che rendere velleitari i tentativi unilaterali di contrastare la concorrenza di Stati più attrattivi dal punto di vista fiscale e salariale.

Lo schema del provvedimento atteso per fine mese prevede per le aziende sopra un certo numero di dipendenti (il numero non è ancora definito, potrebbe essere intorno a 100) sei mesi di preavviso prima della chiusura e dell’avvio della procedura di licenziamento, l’obbligo di presentare un piano di mitigazione delle ricadute occupazionali e un percorso di reindustrializzazione di almeno 3 mesi durante i quali va cercato un potenziale acquirente. Oltre a sanzioni pari al 2% del fatturato per chi se ne va nei 3 (o cinque) anni successivi all’incasso di fondi pubblici. Se le sanzioni, già previste dalle leggi già in vigore, si sono rivelate come vedremo armi spuntate, la falla più evidente riguarda la procedura di reindustrializzazione. A dimostrarlo è la sorte della legge Florange francese, che si applica solo oltre i 1000 dipendenti ma a cui il testo Orlando-Todde è chiaramente ispirato.

“L’impresa deve solo cercare un’alternativa. Se non la trova non succede nulla” – Il punto è che l’impresa che se ne va può essere sì obbligata a cercare un acquirente, ma non a trovarlo: non a caso su questo è arrivata a stretto giro la censura del Consiglio costituzionale francese che nel marzo 2014 ha imposto al governo di trasformare quella che era una obbligazione di risultato in un’obbligazione di mezzi: vale a dire che è sufficiente provarci “sulla carta” per essere in regola ed evitare le multe. Lo sanno bene anche a via Veneto, se lo scorso novembre durante un’interrogazione sulla crisi Whirlpool l’allora titolare del Mise Patuanelli ha sottolineato: “Molto spesso viene citata la legge francese Florange, ma in realtà questa ha avuto un impatto veramente limitatissimo. Lo sforzo che viene chiesto all’imprenditore è di provare per sei mesi a trovare un’alternativa. Se non la trova, dopo i sei mesi di impegno non succede nulla. In realtà la penalizzazione del 2 per cento del fatturato avviene soltanto se si rifiuta di tentare di trovare una soluzione alternativa alla delocalizzazione”. Un caso concreto dimostra poi che le reindustrializzazioni propiziate dalla legge possono finire nel peggiore dei modi. La Whirlpool nel 2017 ha annunciato di voler chiudere la sede di Amiens per delocalizzare in Polonia. L’acquirente l’ha trovato: l’imprenditore locale Nicolas Decayeux. Che. dopo aver ottenuto una cospicua dote per far ripartire la fabbrica con 160 dipendenti (sui precedenti 280), non ha pagato affitti e fornitori e nel 2019 ha portato i libri in tribunale. Ora è a processo per appropriazione indebita. Una vicenda che ricorda da vicino la debacle di Ventures, scelta dalla stessa Whirlpool per farsi carico della reindustrializzazione dello stabilimento Embraco di Riva di Chieri.

I tentativi falliti del 2013 e del 2018 – Insomma, il tentativo del governo Draghi sembra avere tutte le carte in regola per fallire esattamente come le norme precedenti. In Italia il primo intervento in materia risale al 2013, quando nella finanziaria fu inserito l’obbligo, per le aziende intenzionate ad andare a produrre altrove, di restituire i contributi pubblici ricevuti nei tre anni precedenti. Ma solo nel caso il trasferimento fosse verso Paesi extra Ue e solo se ne risultasse un taglio del personale di almeno il 50%: paletti che ne hanno escluso l’applicazione a tutti i casi deflagrati negli anni successivi, da quello del produttore di compressori Embraco “emigrato” in Slovacchia a quello della Bekaert, produttore di cordino metallico per gli pneumatici, che dopo aver comprato dalla Pirelli la fabbrica di Vigline Valdarno ha spostato le attività in Romania. Di lì il nuovo tentativo di stretta, con il decreto Dignità. Che nei fatti ha solo allungato a cinque anni il periodo durante il quale chi ha ricevuto sussidi statali è tenuto a ridarli indietro se se ne va, aggiungendo sanzioni da due a quattro volte l’aiuto fruito. Ma anche stavolta il perimetro è rimasto limitato ai trasferimenti extra Ue. E si torna al punto di partenza.

Non a caso l’anno dopo Whirlpool ha annunciato, a dispetto di un precedente accordo in base al quale avrebbe dovuto riportare alcune produzioni in Italia dalla Polonia, l’intenzione di chiudere il sito di Napoli, vicenda che si è trascinata fino ad oggi. Quando alle crisi di vecchia data si sono aggiunte le decisioni repentine della marchigiana Elica attirata dalla Polonia (ma sono ancora in corso interlocuzioni con sindacati e ministero), della bresciana Timken (già da qualche anno operativa in Romania) e della Gkn di Campi Bisenzio per la quale il fondo Melrose ha a dire il vero annunciato la chiusura tout court. Ma i sindacati sostengono che il vero intento è delocalizzare.

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