Era lecito sperare che il post-pandemia fosse caratterizzato da un cambio di paradigma nel governo del mercato del lavoro. Potendo trarre insegnamenti da ciò che non ha funzionato negli ultimi decenni, e che ha lasciato sul terreno scorie negative anche durante la pandemia, il primo dovrebbe essere che guardare al futuro del mondo del lavoro con lenti sfocate e la testa rivolta al passato non rappresenta una politica efficiente.

Ebbene, due azioni del governo vanno purtroppo in questa direzione: lo sblocco dei licenziamenti prima che fossero riformati gli ammortizzatori sociali, e la nomina di economisti liberisti nella cabina di regia del Pnrr a Palazzo Chigi. A ciò si aggiungano la subalternità (anche culturale) del sindacato tradizionale e gli attacchi al reddito di cittadinanza di una parte della maggioranza. Tutto ciò non fa ben sperare in un deciso aggiornamento delle politiche del lavoro e potrebbe penalizzare in modo deciso l’Italia nella ripresa post Covid-19.

Mettiamo in fila ciò che le azioni del Governo e la mancata reazione del sindacato vogliono dire in concreto. Prima di tutto, ciò che manca è l’idea che il mercato del lavoro abbia bisogno di massicci interventi in senso ugualitario; se le persone sono il principale potenziale di ogni economia, non è pensabile immaginare che un paese come il nostro, caratterizzato da forti e solide disuguaglianze, possa continuare a lasciare a un mercato imperfetto il compito di allocare domanda e offerta di lavoro, senza intervenire.

I prossimi decenni saranno contraddistinti da un deciso cambiamento delle professionalità e della preparazione necessarie alla crescita sana e duratura di economie competitive. Milioni di posti di lavoro si perderanno a causa di competenze che stanno diventando – anzi, in parte già lo sono – obsolete, e altre, di tipo completamente diverso, saranno necessarie se si vorrà competere nel mercato globale. Per adesso l’Italia è classificata tra i paesi “laggards”, cioè ritardatari, classificandosi ad esempio al quartultimo posto nell’indice dell’economia e società digitale (Desi) della Commissione europea. Ciò riguarda non solo macchine e tecnologie, ma soprattutto l’investimento nel capitale umano e nei nuovi “mestieri”.

Le azioni del Governo hanno come logica conseguenza, invece, il mantenimento un mercato del lavoro squilibrato tra una parte datoriale forte, rispetto alla debolezza del lavoratore in genere. E questo si riverbera anche sulla struttura produttiva: se si lascia tutto al mercato, prende il sopravvento quella parte di imprenditoria che non investe, ma preferisce giocare la battaglia sui prezzi e sul basso valore aggiunto, aiutata da politiche pubbliche che non mirano a rafforzare le competenze delle persone, bensì a lasciarle in balia degli eventi e di datori di lavoro non sempre – anzi, quasi mai – all’altezza della situazione.

La rappresentazione plastica di quanto diciamo è rappresentata proprio dallo sblocco dei licenziamenti di cui dicevo prima, non preceduto dalla riforma degli ammortizzatori sociali e quindi anche di possibili politiche di riqualificazione delle competenze, oltre che di sostegno al reddito.

Purtroppo anche il sindacato tradizionale, come si è accennato, è stato assolutamente subalterno a tale visione spiccatamente liberista, preferendo firmare un accordo sullo sblocco dei licenziamenti che altro non è che una semplice presa d’atto della volontà del Governo. Il tutto solo per certificare la propria esistenza in vita e la propria partecipazione a una politica sbagliata che ci sta già presentando il conto, attraverso i licenziamenti in Gkn o in tutti gli altri casi in cui le lettere, o addirittura le mail o i messaggi di licenziamento, arrivano nottetempo, come le azioni dei peggiori ladri.

Vale anche in questo caso il principio che per crescere bisogna investire sulle persone, attraverso massicci interventi su scuola e università, che devono insegnare a gestire la complessità, e sulla formazione professionale, che non può che essere gestita dal pubblico, orientata a diminuire le disuguaglianze e ad attenuare il più possibile le diverse condizioni di partenza di ogni individuo.
Tuttavia per fare questo è indispensabile uscire dalla “Tirannia del merito”, come descritta dal recente libro omonimo di Michael J. Sandel, che si è nuovamente impadronita del dibattito politico e che si coniuga con la vecchia concezione che se si è poveri è solo perché non ci si è dati abbastanza da fare.

Insomma, la criminalizzazione della povertà, che non ha nulla di ideologico, ma punta semplicemente a mantenere un esercito di riserva di persone le quali, abbandonate da ogni punto di vista, accettino di essere sfruttate per sopravvivere, dando origine a quella che è già una solida realtà nell’Italia contemporanea, e cioè la classe dei “working poors”, coloro che sono poveri o poverissimi, pur avendo un posto di lavoro.

Da qui l’attacco a misure come il reddito di cittadinanza, che ha il demerito di aver dimenticato le politiche attive del lavoro, ma l’indubbio merito di aver reso possibile il rifiuto di estreme forme di sfruttamento delle persone.

Ciò che sta sfuggendo nel dibattito pubblico è che guardare al futuro del mercato di lavoro con le lenti del passato, un passato neoliberista, non perpetua solo disuguaglianze e ingiustizia, ma è un freno alla crescita della nostra economia. Se lo Stato, anziché lasciare tutto nelle mani del mercato, non governerà la quarta rivoluzione industriale con massicci investimenti nelle persone, saremo condannati a un ritardo della riconversione tecnologica e della transizione ecologica, e ad affrontare tensioni sociali che hanno sempre costituito un freno alla crescita.

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