Nell’estate della grande abbuffata olimpica, con la provincia italiana serbatoio di medaglie, brilla il successo de Il circolo degli anelli, la trasmissione di Rai2 prodotta da Rai Sport e condotta da Alessandra De Stefano. La «signora del ciclismo» si è trasformata in una delle narratrici di punta di Tokyo 2020, capace di mettere in piedi un talk sportivo a tratti sorprendente, complici anche due spalle d’eccezione come Sara Simeoni e Yuri Chechi. «Abbiamo provato a raccontare le Olimpiadi con uno sguardo laterale e il pubblico ha apprezzato», spiega a FqMagazine la giornalista, che nella puntata finale di domenica 8 agosto – una maratona di tre ore – ospiterà tra gli altri anche Roberto Bolle, il direttore degli Uffizi Eike Schmidt e Ubaldo Pantani.

Dica la verità: se l’aspettava il successo de Il circolo degli anelli?
Ci speravo, è un anno che ci lavoriamo, mi preparo, studio. Me lo sono cucito addosso e sono soddisfatta del risultato. Ricordo che questa è una produzione Rai Sport e non tutti credevano nel progetto.

Dal 4 al 15% di share. Cos’ha funzionato?
La formula, a cominciare dal semicerchio del tavolo: mi piaceva l’idea di abbracciare lo spettatore e soprattutto di creare una sorta di famiglia televisiva.

A qualcuno ha ricordato il tavolo di Fazio. Si è ispirata a Che tempo che fa?
No, me lo sono immaginato come un vero e proprio circolo dello sport in cui chiunque poteva venire e dire la sua senza «spararsi le pose», come dice mio fratello: stiamo parlando di sport, non di scomposizione dell’atomo.

La novità vera è che finalmente si può raccontare lo sport senza eccessi di retorica ma puntando sull’ironia.
Una delle chiavi vincenti del programma è quello. Io ho imparato a coltivare molto presto l’ironia, ho imparato da mia mamma che c’è un modo per ridere o sorridere anche nei momenti più tragici della vita. Figuriamoci in quelli belli. E poi volevamo puntare sul racconto laterale: il giornalismo è raccontare ciò che gli altri non vedono, aprire «la finestra sul mondo», che è il titolo di un giornaletto che m’inventai a otto anni e che ho ritrovato per caso in un cassetto qualche giorno fa.

Chi l’ha messa su questa «banda di matti»?
Buona parte delle idee sono mie, perché la prima matta sono io (ride). Sono la prima che mi sorprendo per gli ascolti, per la risposta positiva dei social, che mi emoziono quando parlo al telefono con Veronica, la mamma di Fausto Desalu.

Il racconto della sua mancata partecipazione al programma è diventato un video virale sui social.
L’abbiamo invitata dopo l’oro nella staffetta e quando l’ho chiamata mi ha detto: «Faccio la badante, non posso lasciare il signor Giulio per venire in trasmissione». È arrivata in Italia dalla Nigeria vent’anni fa, non conosceva nessuno, ha cresciuto da sola suo figlio e questo figlio ora è un campione olimpico. «Mamma, non ti preoccupare, un giorno diventerò qualcuno», le ripeteva Fausto. Quel giorno è arrivato. Mi è sembrato importante omaggiare questa grande donna.

È stato il momento più emozionante di questa avventura televisiva?
Senza dubbio. La vittoria è una gioia collettiva ma il nostro obiettivo era andare oltre, vedere chi sono le famiglie di questi atleti, spiegarne la dignità e i sacrifici che fanno. Attraverso queste famiglie abbiamo svelato un pezzo d’Italia che in una tv troppo impegnata a litigare e ad urlare, si racconta poco.

Cos’ha capito di questa Italia sportiva e di questa provincia serbatoio di medaglie?
Che è molto meglio di come troppo spesso noi giornalisti la raccontiamo. E poi ho avuto la riconferma di due cose che già sapevo. La prima è che lo sport è una delle poche cose che azzera le differenze sociali. L’altra è che l’Italia è ancora molto indietro sugli investimenti nel settore sportivo: ad esempio, è normale che nel nostro paese ci sia un solo velodromo, a Montichiari? Un ragazzo di Milazzo che vuole dedicarsi all’inseguimento che può fare?

Mi dice il momento più sorprendente di questa Olimpiade?
Ce ne sono stati diversi. L’oro di Vito Dell’Aquila nel Taekwondo, il bronzo di Gregorio Paltrinieri. Non per il gesto atletico ma perché dietro c’è una storia e tu quella storia devi trovare il modo di incanalarla e raccontarla al pubblico.

Tornando a Il circolo degli anelli, il guizzo inaspettato è arrivato da Sara Simeoni, clamorosa rivelazione televisiva. È vero che sarebbe dovuta restare una sola puntata?
«Quanto devo stare, un’oretta? Perché io la sera vado a dormire presto», mi ha detto quando l’ho invitata. Invece abbiamo capito subito il suo potenziale ed è diventata un’ospite fissa. Si è fidata di me e di questo la ringrazio. È una donna intelligente, divertente e molto preparata.

E poi c’è Yuri Cechi, che ha sfoderato non solo competenza ma anche ottimi tempi televisivi.
Sono orgogliosa perché l’intuizione di chiamare Yuri è mia al 100% e lui ha accettato: anche se aveva altre proposte, è venuto per il rapporto di amicizia che ci lega. Yuri è preparatissimo, guarda tutto lo sport e se ho un dubbio sul terzo classificato nel sollevamento peso, chiedo a lui e lui lo conosce.

Invece Alessandra De Stefano il suo boom di popolarità dopo trent’anni a Rai Sport come lo sta vivendo?
(ride) La visibilità non m’interessa. M’interessano i risultati, la sostanza più che la forma. Per questo detesto il cliché della donna scosciata che commenta lo sport. È l’antitesi di ciò che sono io, che vado in video con le unghie sbeccate e le mani piene di appunti. Certo, mi sistemo perché so che devo entrare nelle case della gente ma so che il pubblico è molto intelligente e smaschera la finzione. Io non fingo, sono ciò che sono e la popolarità la temo perché impone un ritmo che non m’interessa. Io non voglio essere altro da me, non mi piace il protagonismo a tutti i costi.

C’è un pregio che si riconosce?
Saper fare squadra: non sono io che faccio gli ascolti, è la formula che funziona e la formula è parte di una visione. E poi ho imparato a gestire che il ritmo: in tv è fondamentale e questo me l’ha insegnato Raffaella Carrà.

Eravate amiche?
Sì, siamo state molto l’una vicina all’altra ma io sono stata sempre un passo indietro perché penso che il mistero intorno ai grandi personaggi vada rispettato.

Come vi siete conosciute?
(ride) Al supermercato, quattro anni fa. «Questa voce la conosco», mi ha detto. Mi sono girata ed era lei. Incredibile. Mi seguiva perché adorava il ciclismo e lo sport in generale, era tifosissima di Filippo Ganna. È nata un’amicizia speciale, ho scoperto una donna generosa e coraggiosa. Mi manca molto.

Le dava consigli professionali?
Mi diceva: «Ricordati che in studio devi avere freddo». E mi raccontava di Falqui che faceva fare le prove a lei e a Mina a temperature basse perché non si vedessero gli aloni sugli abiti. E poi ancora: «Lavora su una seduta scomoda così resti più concentrata». Raffaella era la più grande di tutti, il faro e mi spiace non aver potuto lavorare con lei. Ogni tanto mi ascolto i suoi vocali e penso che ci sia il suo zampino dietro quello che mi sta accadendo.

Per tutti lei è la «signora del ciclismo», lo sport che racconta da tre decenni. È un’etichetta che le piace?
Sì, perché il ciclismo mi ha formato, è l’ambiente dove mi sono costruita professionalmente e dove mi sono innamorata della diretta, della strada, del rumore di fondo e delle storie laterali.

A chi deve dire grazie?
A molte persone, tra cui Claudio Ferretti. Lavoravo con lui in una trasmissione che si chiamava TeleSogni e fu lui a volermi al Processo alla tappa chiedendomi di seguire sempre Pantani. In una cronometro di Bibione, mentre aspettavo la partenza, vidi questo ciclista con il numero 199 e la bici appoggiata a un muretto sulla spiaggia, che guardava il mare e piangeva. Lo avvicinai e gli feci un’intervista: «Piango perché penso alla Colombia e mi mancano i miei bambini». Era Víctor Hugo Peña. «Ma chi è questo? Che ci facciano di questo rvm», mi dicevano gli autori. Poche ore dopo, quel ciclista vinse la tappa e noi ci aprimmo la trasmissione. Grazie a Claudio ho imparato a cercare una chiave nel racconto, a trovare una visione e una storia.

Tornando ad oggi, non sono mancate le critiche alla Rai per queste Olimpiadi e molti hanno criticato lo «spezzatino» di telecronache e qualche buco nelle gare importanti.
Ma era impossibile fare di più, perché una sola rete per 200 ore di gara e 50 discipline non basta. I calendari li fa chi paga per i diritti e il calendario ci ha penalizzato. Ci sono stati degli errori? Forse. Si è persa qualche gara? Sì, ma l’abbiamo riproposta dopo un minuto. L’unica soluzione per il futuro è un progetto multi-rete che garantisce la contemporaneità degli eventi. Ma bisognerebbe lavorarci già da adesso.

Il nuovo ad Rai Carlo Fuortes, a proposito dei mancati diritti streaming ha detto: «Ci impegniamo a prevedere sempre l’acquisto dei diritti del web per le competizioni sportive».
Ed è una scelta strategica. Parliamo di accordi che spettano ai vertici aziendali, non a Rai Sport. Certo, spiace non poter rivedere quante volte vogliamo la finale dei 100 metri e la vittoria di Marcell Jacobs.

A proposito di Rai Sport, Paola Ferrari ha detto: «Gode di simpatie minori sulla stampa e nella critica». Concorda?
In parte. Ma le critiche non mi spaventano: se smontano una trasmissione dobbiamo leggere e capire perché. Detto questo, a Rai Sport ci sono tanti colleghi bravissimi che potrebbero lavorare in condizioni migliori ma siamo una testata giornalistica con mezzi ridotti rispetto ai competitor.

È vero che lo sport è ancora un ambiente maschilista?
Se ti alzi alle sei per seguire gli allenamenti dei ciclisti e a fine gara sei oltre il traguardo a raccontare la tappa, lo sportivo e chi gli sta attorno non guarda se sei uomo o donna. Conta ciò che fai, quanto sudi e ti impegni. Sono l’ultima di otto figli, mi sono sempre fatta il mazzo e anche quando davo il meglio all’università, lavorando e studiando allo stesso tempo, mio padre mi diceva: «Hai fatto la quarta parte del tuo dovere». Per questo detesto le quote rose: sono l’azzeramento del talento individuale.

Suo padre era severo?
Molto. In una famiglia di emigrati con otto figli, forse è impossibile non esserlo. Papà fu prigioniero nelle Ardenne e amava molto Eddy Merckx: devo a lui la passione per il ciclismo.

Suo mamma invece che madre era?
Decisionista. Ci ha portato tutti a vivere a Roma, era una donna capace di grande gesti, che ha dovuto combattere con una lunga depressione. Questo ci ha legato moltissimo, mi sono occupata tanto di lei e sono stati anni difficili in cui ho capito che potevo resistere solo grazie all’ironia. Quando la vita ti mette davanti ostacoli insormontabili, ridere è un’arma di difesa potentissima.

I suoi genitori hanno potuto gioire della sua ascesa professionale?
No, purtroppo. Il giorno in cui ho fatto il mio primo servizio per la Rai, mamma è morta. Per fortuna ho un gruppo d’ascolto bellissimo, formato dalle mie sei sorelle e da mio fratello, e mio marito Philippe (Philippe Brunel, giornalista de L’Equipe, ndr) che è la gioia più grande della mia vita.

È stata corteggiata da altre tv in questi anni?
No. Ma non lascerei la Rai. A meno che non mi chiami France2, così potrei finalmente a lavorare a Parigi. Sono vent’anni che faccio la pendolare.

Il grande sogno professionale ancora da realizzare?
Fare un programma piccolo e artigianale, ma come piace a me. Scegliendomi le persone con cui lavorare e potendo fare gruppo. Non è importante quello che fai ma con chi lo fai. Poter scegliere con chi lavorare è un grande lusso.

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