In poche ore San Marco ha perso 20 anni di vita. Questa Basilica è riuscita a sopravvivere per più di 900 anni, ma adesso ci troviamo a dover recuperare gli oltre 50 anni buttati dopo i segnali dati dall’alluvione del 1966”. Così parlava nel novembre 2019 Carlo Alberto Tesserin, primo procuratore di San Marco, dopo l’acqua altissima che raggiunse i 186 centimetri sul medio mare, la seconda misura di sempre. Sono trascorsi due anni, eppure i mosaici e i pavimenti di San Marco, le colonne corrose dal salso dell’acqua della laguna, non sono ancora stati messi in sicurezza. E non lo saranno neppure per il prossimo autunno che – se sarà in linea con quelli degli ultimi anni – riserverà una successione impressionante di alte maree.

La Basilica di San Marco è indifesa, ma nessuno potrà dire che l’allarme non sia stato lanciato. Era avvenuto una prima volta il 29 ottobre 2018, con i 156 centimetri d’acqua alta sul medio mare, preludio dell’Acqua Granda di un anno dopo. Da allora si è assistito a un balletto di progetti, ordini e contrordini, annunci e promesse, senza che uno dei gioielli architettonici più importanti d’Italia sia stato messo in sicurezza, almeno provvisoriamente. E pensare che è pronto un progetto esecutivo per realizzare paratoie in vetro da alzare quando l’acqua arriva dalla piazza. Quello è il vero punto debole di San Marco, e lo si può affrontare con un costo tutto sommato modesto, meno di quattro milioni di euro. Ma le difficoltà economiche del Consorzio Venezia Nuova, avviato verso il concordato preventivo, rendono problematico l’affidamento dei lavori, che pure sembrava imminente.

“Per quest’anno credo che sia impossibile realizzare le barriere, anche se ciò avvenisse con l’affidamento diretto. Ci sono i vetri da ordinare, poi i lavori per installarli… neanche con tre turni di 8 ore si riuscirebbe a ultimare il cantiere per l’autunno”. A parlare è l’architetto Mario Piana, proto di San Marco. Qualche giorno fa anche il patriarca Francesco Moraglia ha lanciato l’allarme sui danni dimenticati della Basilica, per i quali la Regione ha contribuito con un milione di euro, mentre dal ministero dei Beni Culturali non è arrivato nulla e neppure dal Comune. “Della barriera non ne sappiamo più nulla. Ci avevano detto che i lavori iniziavano a luglio. Ma finché non trovano una soluzione per il Consorzio Venezia Nuova, temo che non vedremo il cantiere” dichiara il procuratore Tesserin.

L’autunno è il periodo peggiore per le alte maree. Nel 2020 il Mose è stato sollevato 20 volte, tenendo gran parte di Venezia all’asciutto. La Basilica, invece, è così vulnerabile che neppure il Mose può salvarla. Fino a una marea di 88 centimetri, l’acqua non entra, grazie a un sistema di canali interni, pompe e valvole che impediscono la risalita dalle fondamenta. Oltre tale quota, invece, l’acqua entra dalla Piazza, inonda il nartece, deposita il salso, divora i mosaici. Il Mose è ancora un punto interrogativo, visto che non è ancora finito e il Consorzio è sull’orlo del baratro economico, anche se da Roma assicurano che i soldi per completare un’opera da sei miliardi di euro ci sono. Comunque il Mose entrerebbe in funzione dai 110 metri di marea, un livello che non salva la piazza. Infatti è in previsione (serviranno anni) un intervento che riguarda l’Insula Marciana, ovvero tutto il “salotto buono” di Venezia, per tenerla all’asciutto per le maree che non saranno intercettate dal Mose. “Finché questo progetto non sarà realizzato – spiega l’architetto Piana – bisogna pensare alla protezione temporanea della Basilica dal fronte della piazza, ovvero per maree che vanno dagli 88 ai 110 centimetri”.

Ed è qui che entra in ballo l’incredibile pantomina progettuale degli ultimi anni. La Procuratoria di San Marco ha finanziato una prima ideazione, affidandola all’ingegnere Daniele Rinaldo (e al proto Piana). Prevede una vetrata che corre sul fronte della chiesa a circa un metro e mezzo dalla facciata. Si devono spostare i masegni, per interrare un piede di calcestruzzo armato per sostenere i vetri, in un punto dove non ci sono resti archeologici danneggiabili. “In realtà questo progetto è pronto da due anni, fu approvato nel 2019 dal Ministero dei Beni culturali con alcune indicazioni di modifiche” spiega il proto. Sembrava tutto fatto e invece nel 2020 il commissario straordinario per i cantieri del Mose, l’architetto Elisabetta Spitz, da poco insediata, aveva affidato all’archistar milanese Stefano Boeri l‘incarico di rivedere il primo progetto. Boeri lo ha fatto, rinunciando al compenso di 40mila euro. Però non è andato a buon fine, anzi ha fatto perdere tempo, visto che i Comitati tecnico-scientifici del ministero lo hanno bocciato un anno fa. Così si è tornati all’ipotesi iniziale dell’ingegnere Rinaldo. Ed è su questo elaborato che si erano accordati a luglio il provveditore alle opere pubbliche del Triveneto, Cinzia Zincone, e il commercialista Massimo Miani, liquidatore del Consorzio Venezia Nuova, Avevano sottoscritto un atto attuativo, preludio all’apertura dei cantieri. Ma adesso è tutto fermo.

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