Adesso si spiega la mossa del governo Draghi che ha vietato il passaggio delle Grandi Navi dal Bacino di San Marco e dal Canale della Giudecca, anche se ha impegnato 157 milioni di euro per investimenti negli approdi alternativi a Marghera, e destinato 55 milioni di euro in due anni per ristori a compagnie di crociera, categorie economiche e per la società regionale che gestisce il terminal di Marittima. La 44esima assemblea dell’Unesco, riunita in Cina (e online da tutto il mondo), ha deciso di non iscrivere il sito di Venezia e della sua Laguna nella lista nera dei beni dell’Umanità minacciati.

Che la diplomazia italiana si fosse messa al lavoro lo si è capito subito. La relatrice per conto della Commissione dell’Unesco ha annunciato che l’Italia aveva inviato un documento sintetizzando il contenuto del decreto di pochi giorni fa che ha bandito le navi con oltre 25 mila tonnellate di stazza, dirottandole in zona industriale finché non sarà pronto un approdo offshore. Però la relatrice non ha potuto non ricordare i molti altri punti critici che hanno indotto l’Unesco a formulare la richiesta di black-list per Venezia, e che restano fondati: il turismo di massa, lo spopolamento, le speculazioni edilizie in terraferma, il mancato rispetto della laguna, il moto ondoso, l’assenza di una politica unitaria per affrontare la salvaguardia, il Mose contro le acque alte.

Il primo intervento, da parte del rappresentante dell‘Etiopia, ha dimostrato con la presentazione di alcuni emendamenti, come l’Italia sia riuscita a trovare sponde diplomatiche per ottenere un cambiamento di rotta da parte dell’Unesco. Il membro africano ha innanzitutto chiesto di togliere il riferimento alla perdita di valore storico e culturale del bene, come dato acquisito. Su questo punto la Norvegia si è opposta, ma l’attacco è stato poi rintuzzato. Poi è stato inserito un riferimento al nuovo decreto delle navi oltre le 25 mila tonnellate dirottate fuori dal centro storico. Il paragrafo con “la decisione di iscrivere Venezia e la sua Laguna nella Lista dei Beni Mondiali in pericolo” è stato quindi cancellato. Inoltre, una boccata d’ossigeno per l’Italia, con lo slittamento all’1 febbraio all’1 dicembre 2022 del termine per presentare un piano di interventi che affrontino i punti critici di Venezia. Infine l’esame del caso Venezia è stato rinviato alla 46. sessione (nel 2023), anziché alla 45. del prossimo anno. Venezia guadagna così due anni per dimostrare che ha adottato provvedimenti, non solo sul fronte delle crociere.

Sono stati registrati anche gli interventi di due osservatori. La rappresentante della Ue ha ribadito che il passaggio delle grandi navi davanti a San Marco non è compatibile con la tutela di un bene unico al mondo per bellezza. Inoltre, la soluzione di attraccare a Marghera dev’essere solo temporale. Il rappresentante del Fai e di altre associazioni private di tutela ambientale ed artistica ha commentato: “Le grandi Navi sono solo uno dei tanti problemi, a cui vanno aggiunti l’erosione della laguna, lo spopolamento, la mancanza di un piano complessivo di salvaguardia. Per questo l’Unesco, non iscrivendo Venezia tra i siti in pericolo, ha perso un’occasione”.

Opinione diversa da parte del ministro della cultura Dario Franceschini: “Grazie alle decisioni del governo si è raggiunto un primo, importante risultato. Adesso, l’attenzione mondiale su Venezia deve rimanere alta ed è dovere di tutti lavorare per la protezione della laguna e individuare un percorso di sviluppo sostenibile per questa realtà unica, in cui la cultura e l’industria creativa sono chiamate a giocare un ruolo da protagoniste”.

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