Nel caso non si fosse ancora capito, il Pianeta ci sta parlando. Eppure sembra che, nonostante i recenti e sempre più numerosi disastri connessi al cambiamento climatico, non lo stiamo ascoltando. Tuttavia, fortunatamente, esistono aziende virtuose che, in un modo o nell’altro, hanno deciso di scendere in campo ed innovarsi, partendo proprio dalla tematica ambientale. Parliamo ad esempio di alcune imprese del mondo della moda. Sì, perché le industrie di questo settore sono tra le più inquinanti al mondo. Ciò è dovuto fondamentalmente al Fast-Fashion, ovvero la moda “usa e getta”, alimentata dal consumismo, dall’esigenza insaziabile di reperire velocemente abiti o oggetti per seguire la moda del momento. Ma non solo. Lo globalizzazione ha fatto sì che alcuni marchi appaltassero varie fasi della propria filiera in Paesi in cui le leggi di tutela ambientale non esistono, o quasi.

Eppure qualcuno che sta ridisegnando un nuovo percorso da intraprendere c’è. È il caso di Grisport, l’azienda di Castelcucco (TV) specializzata nella produzione di scarpe da trekking e per il tempo libero, che ha registrato tra l’altro un notevole aumento del fatturato (+5%) rispetto al 2019, anno che ha preceduto la crisi dettata dalla pandemia. Rincuora il fatto che a crescere sia un’azienda che ha avviato un processo “green”, iniziato nel 2018 e che consiste nell’utilizzo di un’ampia gamma di materiali eco-compatibili, nel tracciamento delle varie fasi di produzione, tenendo conto anche dei comportamenti “responsabili” dei dipendenti all’insegna della sostenibilità.

L’azienda vanta una superficie produttiva di 74.000 m2 e 5.300 m3 di pannelli fotovoltaici per una superficie impiegata di 15.000 mq (equivalente a quasi 4 campi da calcio, per intenderci). La potenza complessiva è superiore ai 660.000 kwh/anno, mentre la produzione energetica totale è di 840.000 kWh l’anno. Tutto ciò permette a Grisport di non emettere nell’atmosfera 500 tonnellate di CO2 ogni anno: in 20 anni, quindi, 10.000 tonnellate di CO2 e 24 tonnellate di polveri sottili in meno nell’aria che si respira. La scelta di impiegare oltre 700 mq di verde sul tetto ha il triplice scopo di mitigare l’impatto visivo, generare un processo di pulizia dell’aria e trattenere quasi 14 litri di acqua per metro quadrato.

Anche altre aziende si sono dimostrare attente alle tematiche ambientali e/o animaliste. Prada ad esempio, con il progetto Re-Nylon, ha realizzato una fibra eternamente riciclabile, “interamente realizzata con nylon rigenerato ottenuto dal riciclo di materiali plastici recuperati negli oceani, come le reti da pesca, nelle discariche o derivanti dagli scarti di fibre tessili provenienti da tutto il mondo”, si legge sul sito ufficiale di Prada. La maison milanese, inoltre, ha promosso e firmato, nell’agosto 2019, il Fashion PactPrada con il triplice scopo di arrestare il riscaldamento globale, ripristinare la biodiversità e proteggere gli oceani. Infine nello stesso anno ha aderito al programma contro l’utilizzo delle pellicce Fur-free promosso da LAV (Lega Antivivisezione Italiana). “L’innovazione e la responsabilità sociale sono parte dei valori fondanti del Gruppo Prada e la decisione di sottoscrivere la politica fur-free – frutto di un dialogo costruttivo con Fur Free Alliance e in particolare con LAV e con The Humane Society of the United States – rappresenta un importante traguardo nell’ambito di questo nostro impegno”, aveva dichiarato in quell’occasione Miuccia Prada.

E nel cuore dell’estate non può mancare anche un accenno a un brand che realizza costumi da bagno di qualità e sostenibili. Come? Ancora una volta grazie al nylon riciclato. Stiamo parlando di Remnant, l’azienda californiana che crea modelli grazie al nylon recuperato da reti da pesca fantasma, plastica oceanica e altri tessuti che vengono poi trattati e rigenerati per poi essere indossati. Stando a quanto riportato sul sito ufficiale del brand, inoltre, le confezioni utilizzate per le spedizioni dei bikini sono biodegradabili e tutti i coloranti utilizzanti non sono a base di petrolio bensì di acqua o soia e non emettono gas nocivi quando si scompongono. I prezzi dei costumi (bikini) oscillano tra i 78 e gli 85 dollari. Insomma, non proprio economici ma la posta in gioco è molto più alta di qualche dollaro.

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