E dire che, nel marzo 2020, Fiat Chrysler aveva avviato la produzione di mascherine chirurgiche in uno dei suoi stabilimenti asiatici più che altro come contributo al superamento dell’emergenza sanitaria. Sedici mesi dopo, nonostante l’inciampo di un esposto per frode in pubbliche forniture, quello dei dispositivi di protezione individuale è diventato per Fca Italy un business che frutta ricavi non trascurabili. Grazie al contratto siglato nel luglio 2020 con l’allora commissario straordinario Domenico Arcuri, il gruppo automobilistico è in cima alla lista delle aziende fornitrici del successore Francesco Paolo Figliuolo, con 102,4 milioni di euro incassati dal momento del suo insediamento. Ma l’elenco, rielaborato dalla fondazione Openpolis sulla base dei dati sui pagamenti resi pubblici dal generale, riserva anche altre soprese. Tra i grandi fornitori di Dpi, per dire, figura il gigante dell’occhialeria Luxottica, mentre una notevole quantità di gel e igienizzanti arriva da Versalis, la società petrolchimica della galassia Eni. Tutti sub iudice: a giugno Figliuolo ha annunciato l’avvio di azioni per esplorare “ogni margine di rinegoziazione degli impegni assunti” dal predecessore, se ancora in essere.

Dall’inizio della pandemia la struttura commissariale ha sottoscritto 330 contratti per un valore di oltre 4 miliardi di euro, di cui 3,5 relativi al periodo in cui la struttura era retta da Arcuri e 412 milioni da quando c’è Figliuolo. Affidamenti per tamponi, gel, mascherine, vaccini e altri medicinali, ventilatori polmonari, servizi di pulizia, fornitura di personale, fino ai famosi banchi a rotelle per le scuole. I lotti più ricchi se li sono aggiudicati nella primavera 2020, quando trovare i dpi era praticamente impossibile, le cinesi Luokai Trade e Wenzhou Light industrial products: rispettivamente 634 milioni di euro per 100 milioni di mascherine Ffp3 più 600 milioni di chirurgiche e 590 milioni per 200 milioni di Ffp2 e Kn95 più 10 milioni di Ffp3, tutto attraverso procedure negoziate senza bando o affidamenti diretti. Subito dietro le agenzie per il lavoro (Etjca, GiGroup, Manpower, Orienta, Randstad, Synergie, Umana) che per un corrispettivo di 534 milioni di euro hanno avuto da Arcuri l’incarico di fornire medici e infermieri vaccinatori.

L’appalto di maggior valore come base d’asta – 1,1 miliardi per la fornitura di vaccino anti Covid – risale allo scorso dicembre e sull’aggiudicazione, ovviamente andata a una delle aziende autorizzate dall’Ema, non ci sono notizie (è uno dei “buchi” della piattaforma di rendicontazione creata lo scorso autunno). Al secondo posto c’è quello con scadenza settembre 2021 vinto l’anno scorso da Fca grazie a un ribasso del 68% sulla base, che era di 748 milioni: l’azienda che ora fa parte di Stellantis ha offerto di fornire le mascherine per le scuole a 12 centesimi l’una per un totale di 237 milioni di euro.

Così oggi il gruppo dell’auto fa la parte del leone, stando alla lista dei versamenti approvati finora da Figliuolo che a differenza del predecessore sta fornendo il dettaglio di ogni esborso. La tabella pubblicata sul sito del governo mostra che dall’1 marzo, il giorno del passaggio di consegne tra il numero uno di Invitalia e l’ex comandante logistico dell’Esercito scelto da Draghi, l’ex Fiat ha ricevuto 26 pagamenti per altrettante tranche di consegna. Nel frattempo le mascherine prodotte a Mirafiori e Pratola Serra, ribattezzate “mutanda” a causa degli scomodi elastici, sono state pesantemente criticate dai genitori che le ritengono inutilizzabili e lo scorso gennaio (dopo che Striscia la notizia aveva sollevato il caso) sono finite al centro di un esposto alla Procura di Roma firmato dal sindacato Usb e dalla onlus Rete Iside secondo cui avrebbero un potere filtrante inferiore al previsto.

La seconda azienda per importo ricevuto dalla struttura di Figliuolo (sempre sulla base di aggiudicazioni che risalgono al 2020) è la Macron di Valsamoggia, produttore di abbigliamento tecnico sportivo che ha diversificato con mascherine chirurgiche e Ffp2 ma anche camici e tute protettive: si è aggiudicata 10 lotti e quest’anno ha incassato 99,5 milioni. Segue con 86,7 milioni la storica Tessitura Pietro Radici di Gandino (Bergamo), capofila della multinazionale della chimica Radici group, che a sua volta si è data alla produzione di mascherine e dpi. L’elenco prosegue con aziende del fashion riconvertite ai dpi (come la toscana Giuntini) e diversi fornitori di test, tamponi e farmaci, da Arrow Diagnostics (51,3 milioni) a Roche (41,3 milioni) e Gilead ed Eli Lilly (61 e 37 milioni rispettivamente). Ma in mezzo si trovano anche la Luxottica di Leonardo Del Vecchio, che ad Agordo fa mascherine in collaborazione con Fameccanica e ha incassato 34,5 milioni, e Versalis del gruppo Eni, che per la fornitura di gel e igienizzanti per le mani ha ricevuto 23,9 milioni.

A giugno Figliuolo ha annunciato in audizione di voler “minimizzare l‘impatto sulla finanza pubblica” rivedendo i contratti in essere, se necessario. Obiettivo, un risparmio stimato in circa 345 milioni di euro. Tra i primi atti, a fine marzo, c’è stato l’annullamento del bando di Arcuri per la costruzione nelle piazze italiane delle “primule” vaccinali, risultate inutili dopo la scelta di utilizzare strutture già esistenti. Poi la rinegoziazione dei costi delle aree di stoccaggio, delle tute anti contagio e delle spedizioni aeree. All’insegna della riduzione della spending review anche le ultime mosse: con decreto del 5 luglio il generale (in seguito a un ricorso al Tar di Siemens) ha riaperto l’elenco dei fornitori di attrezzature per le terapie intensive e sub intensive rivedendo al ribasso i corrispettivi riconosciuti per diversi apparecchi, da quelli per l’anestesia ai defibrillatori. Mentre già a fine maggio aveva pubblicato un “invito a manifestare interesse” con l’obiettivo di trovare potenziali acquirenti per i 218 milioni di mascherine di comunità senza marcatura Ce acquistate quando la normativa d’emergenza ne consentiva l’utilizzo. Ora non sono più ammesse. E la struttura commissariale cerca di venderle per “differente destinazione d’uso” o almeno per avviarle al riciclo senza farsi carico dei costi.

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