Il ddl Zan ha iniziato il suo percorso in Senato tra ostruzionismo, prime bagarre in Aula e un patto ormai ufficiale tra Matteo Salvini e Matteo Renzi per affossare la legge. Il tutto in un clima infuocato di accuse incrociate: da una parte Pd, M5s e Leu che cercano di restare compatti sul testo approvato alla Camera, dall’altra il centrodestra determinato a farlo fallire (con l’aiuto determinante di Italia viva). Un primo piccolo ostacolo è stato superato: le pregiudiziali di costituzionalità di Lega e Fdi, che avrebbero potuto bloccare subito il ddl, sono state respinte con 136 voti contrari (compresa Iv), 124 a favore e 4 astenuti. Il clou della discussione è stato rinviato a domani mattina 14 luglio, ma intanto per l’ennesima volta si è dimostrato che se i renziani votano con gli ex alleati giallorossi, la legge può avere una chance di passare.

La questione poco importa al leader di Italia viva, che in Aula è intervenuto personalmente per fare un “appello” per “un patto politico” che faccia approvare un ddl che piace a tutti. E il suo pensiero era appunto a Matteo Salvini, che ha preso la parola poco dopo, è si è detto d’accordo a superare “gli steccati ideologici”. Insomma l’obiettivo è chiaro: tornare in commissione, annacquare il ddl e perdere altro tempo. A dimostrarlo era stato in apertura di lavori lo stesso leghista Andrea Ostellari che, come prima cosa, si è presentato in Aula e ha prima negato “l’ostruzionismo” che va avanti da mesi e poi ha chiesto di tornare in capigruppo per trovare un nuovo accordo sulle modifiche. Una richiesta subito assecondata dalla presidente del Senato Elisabetta Casellati, tra le proteste di Pd, Leu e Movimento 5 stelle. Pietro Grasso, tra i più infuriati, ha preso la parola chiedendo di smetterla con i rinvii. Di fatto la capigruppo non ha cambiato niente e, al termine, si è tornati in Aula per far partire la discussione. Solo una settimana fa la stessa Aula aveva votato a favore della calendarizzazione del testo: dopo 8 mesi dal via libera di Montecitorio e dopo settimane di ostruzionismo, gli alleati giallorossi (tranne i renziani) hanno deciso di andare alla conta in Aula e provare a forzare per votare il testo così com’è.

Renzi invoca un patto politico. Lo appoggia Salvini – Non che ce ne fosse bisogno, ma il dibattito in Aula ha mostrato a tutta Italia che l’asse tra Renzi e Salvini è reale e concreto. E parte proprio dal ddl Zan. Il primo a prendere la parola, proprio mentre veniva resa nota la notizia che è indagato per finanziamento illecito, è stato il leader di Italia viva: “Qui siamo in un punto delicato. Ora siamo a un passo, a un centimetro e io qui ragiono di politica”, ha detto il senatore di Rignano. E con una dichiarazione che assomiglia a una minaccia, ha aggiunto: “O voi fate di quest’aula un luogo dove gli ultrà si confrontano e non si porta a casa il risultato, perché tutti sappiamo che il passaggio a scrutinio segreto è difficile. O si va a scrutinio segreto ed è un rischio per tutti, o ci si assume la responsabilità politica di trovare un accordo. Non semplicemente nel merito, che è a portata di mano, non prendiamoci in giro, è a un passo”. Quindi ha rivelato le sue vere intenzioni: “C’è però anche un accordo di metodo: va chiesto a tutte le forze parlamentari non solo di andarsi incontro ma di fare un patto politico perché alla Camera questa legge, se dovesse venire modificata dal Senato, possa essere approvata nel giro di due settimane. Se vogliamo trovare un punto di sintesi, io vi richiamo e mi richiamo all’alta responsabilità che abbiamo che è quella di venire qui a fare l’interesse dei cittadini e non uno scontro ideologico. Il mio è un appello, ed è semplice: si faccia un accordo sui punti legati agli articoli 1, 4 e 7. E fatto l’accordo si chieda di portare la discussione alla Camera entro 15 giorni”. Ovvero esattamente le richieste di modifica avanzate dalle destre.

E il primo a raccogliere l’appello di Renzi è stato il collega Matteo Salvini. “Io chiedo di superare gli steccati ideologici, guardandoci in faccia”, ha detto. “Non credo che ci sia qualcuno in questa aula che discrimina in base al sesso, se c’è qualcuno è un cretino”. E con toni di apertura apparente e su tutti i fronti, ha aggiunto: “Io ringrazio i promotori di questa legge, e spero che il tratto finale di questo percorso ci veda insieme perché sarebbe un bellissimo segnale. Se l’obiettivo comune è quello di tutelare il diritto all’amore, che è sacro, alla libertà, poniamo un attimo da parte la bandiera, l’ideologia, il paraocchio”. E ancora. “Prendiamocela con quei paesi al mondo che prevedono il carcere per gli omosessuali, non facciamo affari con paesi come l’Iran che mandano a morte gli omosessuali”. A Salvini ha risposto dopo Loredana De Petris: “Non è credibile”, ha detto. “L’appello per rispettare i diritti perché non l’ha fatto a Orban?”.

L’offensiva della Lega (forte dell’asse con Italia viva) per modificare il testo – Il percorso in Aula è iniziato intorno alle 16.30 ed è stato fin da subito in salita. La Lega ha intenzione infatti, insieme a Fratelli d’Italia, di tornare a tutti i costi in commissione per modificare il provvedimento e di fatto farlo naufragare. A prendere la parola, come da prassi, è stato per primo il relatore auto-nominato del ddl Andrea Ostellari (Lega) che, come prima cosa, ha negati i mesi di ostruzionismo del centrodestra. “Questa narrazione non è reale”, ha detto. “Da aprile si è cominciato a lavorare sul testo, sono state fatte sette sedute audizioni con 70 persone audite. Il tempo dedicato in commissione sono meno di tre mesi”. Quindi ha aggiunto: “Abbiamo compreso che ci sono evidenti problemi di ordine tecnico-giuridico“. Peccato però che il ddl abbia già avuto il via libera di Montecitorio e l’unica cosa che è cambiata, nel frattempo, è stato l’arrivo in maggioranza di Lega e Forza Italia. E il centrodestra, insieme a Fdi, è pronto a tutto pur di bloccare il testo. A dimostrarlo è stato ancora una volta Ostellari: “Invito quindi a sospendere la seduta e convocare una conferenza dei capigruppo per valutare se c’è la disponibilità a continuare il dialogo intrapreso”. Ma non solo, si è detto anche sicuro sui tempi “stretti”: “Secondo me in 15 giorni, potremmo arrivare a un testo condiviso e quindi permettere a quest’Aula di votare con una buona maggioranza, un’ampia maggioranza, un testo migliore senza quelle criticità sollevate da tanti e forse da troppi”.

La bagarre di Pd, M5s e Leu: “Basta rinvii” – Subito dopo l’intervento di Ostellari, Casellati ha dato il suo benestare al ritorno in capigruppo. Che di fatto fa perdere altro tempo, anche perché l’Aula ha subito dimostrato che non c’è traccia di quell’intesa trasversale descritta dai leghisti. “E’ evidente che si voleva affossare il ddl Zan, come ha dimostrato il presidente, perché queste non sono proposte per una mediazione”, ha detto per primo Franco Mirabelli del Pd. “Siamo qui in Aula finalmente, ci guardiamo negli occhi e ci assumiamo le nostre responsabilità. Ora basta con i giochini, le tattiche, le furbizie. Si è deciso un percorso si faccia in Aula. Non ci sono state le condizioni neanche per aprire la discussione”. A quel punto ha preso la parola anche il senatore di Leu Pietro Grasso: “Abbiamo dovuto forzare per arrivare a questo punto e ora dobbiamo tornare indietro? Presidente, lei non lo deve consentire”. E sul brusio e le urla che si sentiva in sottofondo, ha aggiunto: “Si può rendere conto come non si può discutere? Qui non c’è la possibilità di parlare“, ha detto praticamente gridando. Casellati a quel punto, rivolgendosi ad alcuni senatori con i fischietti sotto le mascherine, ha dichiarato: “Gli europei li abbiamo già vinti. Non voglio un clima da stadio”. Poi ha preso la parola la senatrice M5s Alessandra Maiorino: “La Casellati rispetti il voto sul calendario. Si è già capito quanto interessano alla destra i diritti degli omosessuali”. Richieste che però sono cadute nel vuoto.

Da segnalare anche l’intervento della senatrice Julia Unterberger, presidente del gruppo Autonomie, che ha aperto alle richieste del centrodestra: “Perché non si rinuncia a una parola contestata? Basta rinunciare a una parola e non al concetto, troviamo altre parole e quindi una soluzione. Facciamo uno sforzo per trovare un accordo, senza proseguire con questa guerra e questa battaglia che nuoce solo alle persone che vogliamo tutelare”. Il suo appello riguarda il riferimento alle discriminazioni sulla base dell’identità di genere, espressione fondamentale per tutelare le persone trans, che i renziani e le destre vogliono eliminare dal testo.

I numeri – La decisione di andare alla conta in Aula è stata presa dall’ex maggioranza giallorossa la scorsa settimana dopo che Italia viva ha fatto venire meno il suo sostegno (nonostante abbia contribuito a scrivere il testo). Il rischio concreto ora è che il provvedimento non abbia abbastanza sostenitori a Palazzo Madama e che, soprattutto in caso di voto segreto, il ddl possa naufragare definitivamente. I tempi ad ogni modo non si prevedono brevissimi. Sia per l’ostruzionismo, prevedibile e minacciato dal centrodestra, sia per il record di emendamenti che ad esempio un super esperto di regolamenti parlamentari, il vicepresidente Roberto Calderoli della Lega, potrebbe presentare. E proprio per evitarli o almeno ridurli – la mossa suona un po’ come una minaccia – potrebbe scattare l’opzione ‘rinvio’, che in realtà nasconde l’orizzonte più lungo di scavallare agosto e la pausa estiva del Senato riparlandone a settembre. Domattina alla ripresa della seduta l’Aula sarà chiamata ad esprimersi su una richiesta di sospensiva, poi la discussione entrerà nel merito. “Stiamo lavorando per provare a scongiurare lo slittamento a settembre, stiamo stringendo i tempi”, ha assicurato il capogruppo M5s al Senato, Ettore Licheri, ma il rischio di finire con l’esame dopo la pausa estiva è alto. La discussione generale andrà avanti fino a martedì, quando scadrà il termine per gli emendamenti, poi una nuova capigruppo deciderà la road map.

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