Esistono momenti che segnano passaggi importanti, fondamentali, come quello da me vissuto ieri sera nel magico contesto del Parco della Biodiversità di Catanzaro: dopo un anno e mezzo di totale assenza dalle scene della musica dal vivo, e da un’ultima volta con un Piovani non troppo entusiasmante, sono finalmente tornato ai suoni veri, reali, materici, quelli che attraversandoti le cellule, in una sola parola, ti riportano in vita. E l’ho fatto nella splendida occasione di un’opera che fin dalla prima battuta è a sua volta interamente attraversata, morsa, avvolta dai caldi ritmi del tango argentino, la Maria de Buenos Aires di Astor Piazzolla: un racconto che la profonda, viscerale voce narrante di Alessandro Haber, nei panni del Duende, surreale elfo presente nel libretto originale di Horacio Ferrer, e sostenuta da una strepitosa Orchestra Filarmonica della Calabria del Maestro Filippo Arlia, restituisce in tutta la sua sensualità, in tutto l’inebriante profumo di un sobborgo di Buenos Aires.

Non un’opera lirica, ma un’opera moderna il cui canto è figlio della quotidianità, una quotidianità dilaniata dalla carnalità, dalla passione, dal crimine: Carmen, stella polare del verismo operistico, rivive ora nella vicenda esistenziale di Maria, nelle strazianti note di un compositore che ha saputo traghettare il gusto popolare nelle auliche stanze della musica d’arte, e a cui l’attenta regia di Giandomenico Vaccari rende certamente onore.

I soli, estesamente affidati al flauto di Maurizio Simeoli, più che navigato musicista dalla lunga e feconda esperienza concertistica, rendono onore, impreziosiscono e suggellano la complessa scrittura di Piazzolla, geniale autore nella sua prima e unica esperienza operistica, sublime musicista nell’anno del centesimo anniversario della sua nascita.

Felicissime le scene del catanese Salvatore Tropea, che per la prima volta nella storia, inserendosi nel suggestivo contesto naturale del celebre parco catanzarese, consegnano alla sua originale destinazione i due atti di un capolavoro mai prima rappresentato nell’interezza di tutte le sue componenti; felicissima la scelta di inserire il bandoneon di Cesare Chiacchiaretta, in buona compagnia del violino di Giovanni Zonno e della chitarra elettrica di Salvatore Russo, trio di mirabili musicisti, all’interno delle scene, come parte integrante cioè di una tragica e al tempo stesso sublime narrazione: una narrazione travolta da musiche che non si fanno mancare escursioni nelle fughe di un barocco timbricamente rivisitato con temi proposti dal bandoneon di Chiacchiaretta, rilanciati dalla chitarra elettrica dell’audace Russo, poi dal flauto di Simeoli e infine dall’intera orchestra diretta da un Arlia in forma smagliante.

I ballerini, con tanghi sontuosamente spesi, vissuti, sudati, sono poi il perfetto corollario alle voci del Payador, un misurato e convincente Alberto Munafò, e di Maria, figura ispirata a Piazzolla dall’intramontabile Milva e qui meravigliosamente interpretata dalla bravissima Cecilia Suarez Paz. Maria vive, muore e risorge nella sue spoglie teatrali per continuare a narrare le gesta di una tragedia mortale, terrena come molte di quelle che la cronaca di continuo restituisce a un pubblico mai stanco di vivere la catarsi della perdizione, del tormento, della redenzione.

Quanto lirismo, quanta commozione nelle note che costellano la partitura di questa incredibile opera di Piazzolla, cantata, narrata, declamata, accarezzata, stracciata, poi, infine, avvolta in un infinito abbraccio d’amore: così com’è la morte, così com’è la vita.

© Photo credit Valeria Lucchino

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