Lo storico statunitense John Harper così concludeva, circa dieci anni fa, il suo libro, ricco di informazioni, spunti e motivi d’interesse dedicato alla Guerra fredda: “Un certo grado di trionfalismo occidentale era comprensibile nel 1989-1990, ma un lucido sguardo retrospettivo ai campi di battaglia della guerra fredda, insieme a un senso di sollievo che il mondo sia sopravvissuto a 45 anni di conflitto, evoca sentimenti di rimpianto e di umiltà”. Harper considera la guerra fredda come una dimostrazione, da parte di entrambe le Superpotenze, di un’attitudine mentale che definisce “fatalismo hobbesiano”, ovvero la tendenza a prepararsi al peggio e a concepire le loro esigenze di sicurezza in termini espansionistici.

Una fase storica oramai da tempo superata, e occorre aggiungere, fortunatamente superata. Dopo il breve periodo del trionfalismo occidentale immediatamente successivo al crollo del muro di Berlino e alla fine dell’Unione sovietica, e caratterizzato dal tentativo, fallito, di Bush padre di imporre al mondo il suo “nuovo ordine internazionale”, il mondo è passato per varie convulse fasi, purtroppo contraddistinte anche dalla riesumazione della “guerra calda” in vari scenari, compreso il continente europeo (si pensi alla tragedia jugoslava).

A trent’anni di distanza il panorama è fortemente cambiato. L’ascesa della Cina e quella di altre potenze economiche e politiche, come il Brasile e l’India, solo temporaneamente bloccate dalle catastrofiche performance rispettivamente di Bolsonaro e Modi, così come il recupero di posizioni di forza da parte della Russia di Putin dopo il drammatico interregno del beone Eltsin, configurano oggi una comunità internazionale sempre più policentrica. Si tratta di una tendenza inarrestabile, quella che potremmo definire come la scommessa dell’unità di intenti e degli sforzi nel pluralismo delle identità.

Trump ha rappresentato con ogni evidenza il segno tangibile della decadenza profonda degli Stati Uniti d’America. Biden, che su Trump ha avuto la meglio a fatica e che guida oggi un Paese che continua ad essere sostanzialmente spaccato a metà, ha deluso le aspettative di chi si illudeva (in parte anche il sottoscritto) che la sua ascesa alla Casa Bianca potesse significare il recupero di un’ispirazione autenticamente multilateralista. Nonostante il continuo squittio delle sue cheerleader all’interno delle stampa mainstream e di vari governi occidentali (tra i quali il nostro è purtroppo come d’abitudine in prima fila), Biden ha mostrato tutti i suoi limiti di impostazione di prospettiva: nella recente riunione di Bruxelles, ha voluto in sostanza riesumare la Nato, strumento politico e militare oramai del tutto obsoleto e che andrebbe invece rottamato con urgenza.

A 21 anni ormai dall’inizio del Terzo Millennio non ha senso continuare a porre le questioni di fondo in termini di contrapposizione armata tra sedicenti buoni (l’Ovest) e presunti cattivi (l’Est). Eppure, con ogni evidenza, mercanti e produttori di armi che sono parte consistente del blocco storico egemone dalle nostre parti hanno bisogno di un nemico. E di un nemico ha bisogno urgente anche Biden per ricompattare lo schieramento occidentale e confermare la perpetua subalternità dell’Europa, destinata a durare nonostante qualche bizza di Marcon o della Merkel.

Sull’attenti senza alcuna esitazione dalla parte degli Stati Uniti e della Nato troviamo invece i governi autoritari e vagamente fascistoidi dell’Est europeo, Polonia e Ungheria in prima fila. E purtroppo, come accennato, anche quello nostrano di Mario Draghi con annesso Di Maio che, secondo Beppe Grillo, sempre più esposto ai colpi di sole e di caldo, rappresenterebbe “uno dei ministri degli Esteri più bravi della storia”. Per costoro europeismo e atlantismo costituiscono sinonimi, il che è in netta contraddizione colla storia.

Il dato dei rapporti economici, sia colla Cina che colla Russia, parla chiaro e non si vede perché molte imprese italiane dovrebbero sacrificare queste possibilità concrete sull’altare dell’atlantismo sterile ed autoreferenziale. Ma il problema è ben più vasto. Di fronte ai problemi globali che incalzano, dal riscaldamento ambientale al Covid e a molti altri, c’è bisogno di un approccio unitario a livello globale. Da questo punto di vista la Cina di Xi Jinping, colla sua dottrina del futuro condiviso dell’umanità, è molto più avanti delle stanche rievocazioni della Nato, dietro la cui bandiera i leader occidentali non riescono a nascondere la propria profonda inadeguatezza di fronte alle sfide correnti.

Né l’uso strumentale dei temi dei diritti umani e della democrazia, per destabilizzare e rovesciare i “regimi” che sono di ostacolo al traballante dominio statunitense sul mondo, può in alcun modo servire al raggiungimento di questi obiettivi. Basta vedere come è andata a finire dopo l’intervento occidentale in Libia, in Afghanistan, in Iraq e da tante altre parti, oggi tra le più desolate e disperate del mondo.

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