Negli ultimi giorni si parla tanto di Vaticano, con particolare riferimento al ddl Zan. C’è chi dice che la Chiesa non deve mettere il naso nelle decisioni di uno Stato laico, chi invece tende a pensare che l’istituzione cattolica rappresenti ancora il sentire di una grossa fetta di italiani e chi chiama in causa l’amata libertà di espressione per cui tutti e tutte possono dire tutto. Io credo che il Vaticano possa esprimersi su ciò che ritiene opportuno, chi può impedirglielo? Ma è importante una precisazione: l’opinione del Cattolicesimo conta (forse, non ci giurerei) per i suoi fedeli, non per le istituzioni italiane.

Oggi è il ddl Zan, ieri era l’aborto o il divorzio, e lo stesso vale per il referendum sull’eutanasia legale…ormai conosco a memoria le cantilene sul valore della vita che appartiene a dio e non alla singola persona. Non lasciamo che lo spauracchio del Vaticano intralci la discussione politica su temi importanti. “È colpa della Chiesa”, leggo spesso. Mah, “la colpa” della Chiesa è quella di aver costruito secoli di moralità basata sull’ultraterreno, non il fatto in sé di esprimersi su quanto accade nel dibattito sociale. Il problema è cosa ce ne facciamo di quella opinione a livello politico. La risposta dovrebbe essere che non ce ne facciamo assolutamente niente.

Si tratta di pareri che possono influenzare i singoli cittadini cattolici che seguono ciecamente le direttive della Santa sede, non chi siede in Parlamento. E non venite a dirmi che i due ruoli spesso combaciano, perché tra i politici si fa largo uso di coroncine e madonne, però solo quando fa comodo.

Sono più di trent’anni che si tenta di parlare di fine vita e di avere una legge chiara in materia di eutanasia. Se non c’è ancora, la responsabilità è dei partiti, non della Chiesa. La legge sul testamento biologico, in vigore dal 2018, è stato un traguardo enorme…ma eravamo già in ritardo. Ora c’è bisogno di chiudere il cerchio: entro fine settembre bisogna raccogliere 500mila firme per il referendum sull’Eutanasia legale, che l’associazione Luca Coscioni ha depositato in Cassazione. Qui il “fattore tempo” è la chiave: mentre c’è l’ennesimo rinvio della discussione sul testo base in commissione Giustizia ad opera della Lega, centinaia di persone continuano a soffrire perché non hanno le risorse per spostarsi all’estero e vedere riconosciuta l’autodeterminazione sul proprio corpo. Intanto i tribunali d’Italia continuano ad assolvere nella maggior parte dei casi chi viene accusato di aiuto al suicidio, come successo a Marco Cappato o a Mina Welby. Ma non si può procedere una sentenza alla volta: serve una legge!

La proposta referendaria propone una parziale abrogazione dell’art. 579 del codice penale, quella relativa alla punibilità dell’omicidio del consenziente. In questo modo sarà possibile somministrare farmaci che accompagnano il paziente verso una morte non dolorosa, rispettando le sue volontà. Restano garantite l’interruzione dei trattamenti e la negazione del consenso, già previste dalla legge 219/2017 sul Biotestamento. Sia eutanasia che suicidio assistito poggiano non solo sul consenso del paziente, che quindi non può essere estorto né ottenuto con la violenza, ma anche su un quadro clinico che ne consenta l’applicazione.

Legalizzare l’eutanasia, quindi, non significa scivolare in un vortice di richieste di aiuto al suicidio a destra e a manca. Parlano chiaro i dati dei Paesi in cui da molti anni il sistema sanitario è adeguato a rispettare i diritti dei pazienti e delle pazienti: in Olanda, nel 2019, il 4% dei decessi è riportato in seguito a richiesta di eutanasia, tra questi l’86% è nella fascia d’età 60-100 anni, con affezioni come tumori in stadio avanzato o sclerosi laterale amiotrofica (Sla). Stesso vale per il Belgio, i cui dati evidenziano che il 94% delle richieste di eutanasia avviene a causa di dolori fisici insopportabili, in alcuni casi unitamente alle ricadute psichiche che essi comportano se prolungati nel tempo.

A questo punto, perciò, chiedo: vogliamo ancora assistere ai processi di chi aiuta un paziente, una persona, un amico, un genitore, una figlia, a smettere di soffrire? Vogliamo ancora vedere pazienti che lasciano la propria città e i propri cari per recarsi in altri Stati? Se la risposta è no, firmate! I volontari e le volontarie per Eutanasia legale sono già nelle piazze d’Italia. Chiunque può credere nell’aldilà che preferisce, oppure nel nulla cosmico. Però il momento della sofferenza è ancora dentro la vita, è lì e ti appartiene come un macigno; ed è proprio nella scelta di morire che la libertà si manifesta per il suo ultimo saluto. È un diritto umano.

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