Flash, Impero, Tiber. Tre parole d’ordine per capire chi è nemico e chi no. Martin Adler, soldato semplice statunitense in Italia da neanche un mese, le impara a memoria una sera di fine aprile del 1944. È di guardia insieme a un commilitone. Entrambi hanno paura e se lo dicono: mai fatto prima. A un certo punto, dal buio, un rumore. Adler segue il protocollo. Prova a gridare tutte e tre le parole, che vanno a vuoto. Allora spara, e uccide. Per la prima volta e per sempre. Si scopre all’alba che il morto è un paracadutista tedesco, classe 1924. Come Martin, che poco dopo compirà vent’anni nel pieno della Seconda guerra mondiale. Questa scena, insieme a tante altre, è raccontata nel libro “I bambini del soldato Martin”, scritto dal giornalista Matteo Incerti sulla base di racconti – tutti di storie vere – ricevuti dallo stesso Martin Adler.

La sua vicenda ha invaso le cronache internazionali nel dicembre scorso. È lui l’ex soldato – ora 97enne – che aveva lanciato un appello su Facebook per ritrovare tre bambini incontrati proprio nell’autunno del 1944. Era partito tutto da una foto che ritrae Adler con tre bambini. Li aveva trovati in una casa in provincia di Bologna insieme al commilitone John Bronsky. Dopo 76 anni Adler e la figlia Rachelle lanciano un messaggio sui social nella speranza di ricevere notizie sui tre ragazzini. L’appello viene letto e rilanciato da Matteo Incerti che giorni dopo riceve una chiamata proprio da uno di loro. Si chiamano Bruno, Mafalda e Giuliana Naldi e dopo oltre mezzo secolo grazie a una videochiamata possono parlare ancora con il soldato americano della foto dal quale avevano accettato della cioccolata. “È stata una favola di Natale”, racconta Incerti. “La storia ha commosso tutti: tv straniere, nazionali. E con Martin è nata un’amicizia”. Il libro, uscito il 17 giugno per Corsiero Editore, racconta la vita e l’esperienza italiana di Adler. È un nuovo appello: “Durante la guerra scattò moltissime foto alle persone che incontrava. Era il suo modo di esorcizzare il male”, fra questi anche tanti bambini, che il veterano vorrebbe ritrovare. Volti che raccontano un’epoca e un Paese: dalle colline fiorentine all’asilo che ospitava orfani di guerra a Villa di Villa (Belluno) fino ad altri paesi sparsi fra le Alpi del Trentino Alto Adige.

C’è anche il Golfo di Napoli, l’immagine con cui inizia l’esperienza italiana di Adler. “Arrivò il 21 marzo del 1944, in piena eruzione del Vesuvio”, spiega Incerti. Martin lo vede dalla USS General Alexander, dopo oltre un mese di navigazione per l’Oceano Atlantico. Compiuta a zig zag per evitare i siluri lanciati dai Tedeschi. “Ancora adesso ha gli incubi di guerra”, racconta il giornalista. “Dopo la fine si è sempre impegnato per il prossimo: ha fatto assistenza ai veterani, fu presidente della Fondazione Keller e convinse l’amministrazione Reagan a mantenere i fondi per i sordo-ciechi”. Anche per questo motivo una parte dei guadagni ottenuti con la vendita del libro andranno in beneficenza, in particolare sosteranno il progetto di educazione ambientale, tutela degli animali e di ‘povertà educante’ della ‘Scuola nel Bosco-Rifugio sull’Ulivo’ di Siano (Salerno).

Il libro nasce da un racconto a voce compiuto con fatica: “Fino a poco tempo fa, l’unico ricordo di guerra di cui voleva parlare erano i tre bambini della foto, sbucati da una cesta in una casa a Bologna”, spiega Incerti. “Poi ha iniziato ad aprirsi con la figlia, ripercorrendo alcuni appunti che si era segnato. Lì è nata l’idea di lanciare l’appello per rintracciare i fratelli Naldi. Per dare una maggiore precisione temporale alla narrazione io ho cercato i diari di guerra del suo reggimento, il 339esimo dell’85esima Divisione di fanteria”. Si scoprono così alcuni imprevisti: “Il suo battaglione ritrovò, in provincia di Bolzano nel maggio del 1945, l’oro della Banca d’Italia a Fortezza”, chiude Incerti. “Magari, grazie alle foto si potranno incontrare altre persone”. Con Bruno, Mafalda e Giuliana ha funzionato.

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