Christian Eriksen a terra, in bilico fra la vita e la morte. E il suo compagno e capitano Simon Kjaer che lo assiste per primo, si assicura che non soffochi, si sbraccia per richiamare i medici che poi salveranno il campione danese. Non è solo la fotografia di questi Europei. È anche un monito su ciò che potrebbe capitare su qualsiasi campo di pallone. E che la FederCalcio ha deciso di raccogliere: dal prossimo anno, i calciatori di Serie A e degli altri campionati italiani dovranno partecipare a dei corsi di primo soccorso, per essere pronti a fronteggiare situazioni simili.

Di sport si può anche morire. Campioni o amatori, nessuno è al riparo da malori o malformazioni nascoste, a volte invisibili agli esami più approfonditi, che possono costare la vita durante l’attività. È quello che probabilmente è quasi successo a Eriksen durante Danimarca-Finlandia, e a tanti altri sportivi, meno famosi di lui, e anche molto meno fortunati, che non se la sono cavata. Il Fatto Quotidiano aveva già raccontato in come in Italia c’è praticamente una vittima ogni tre giorni per arresto cardiaco durante l’attività fisica. Tante di queste si potrebbero prevenire con un semplice defibrillatore, il “salva-vite” per eccellenza: strumento scontato in una partita degli Europei sotto l’egida della Uefa, ma anche in qualsiasi gara riconosciuta da una Federazione. Meno nelle piccole strutture di allenamento, durante le attività amatoriali, nonostante la legge Balduzzi entrata in vigore nel 2012 sull’onda emotiva della morte del calciatore Morosini, ma applicata in maniera intermittente (secondo la normativa il personale formato deve esserci durante le gare, ma non per forza in allenamento, e l’84% delle vittime sono non tesserati).

Il caso di Eriksen, però, ha dimostrato quanto anche il primissimo intervento di chi è immediatamente vicino all’incidente, cioè dei compagni di squadra, possa fare la differenza. Di qui l’iniziativa della Figc: inserire nelle prossime licenze nazionali (i requisiti per iscriversi al campionato) l’obbligatorierà di corsi di formazione per i calciatori in primo soccorso. L’idea è di approntare, già per quest’estate, in collaborazione con le Leghe di competenza e la Federazione medico sportiva, dei corsi durante i ritiri estivi delle squadre.

Già nel 2012 (sempre dopo la morte di Morosini: l’Italia si muove troppo spesso solo dopo le tragedie), la Federazione medico sportiva aveva lanciato il Mogess (Modello Organizzativo di Gestione Emergenze. Sanitarie nello Sport) che prevedeva una serie di misure di gestione dell’emergenza, tra cui corsi rivolti al capitani, che però ha preso piede più nel rugby che nel calcio. Adesso la Figc riprende il discorso. Nessuno pretende che i giocatori diventino degli specialisti: per questo ci sono già i medici di gara a bordo campo, o i medici sociali durante le sedute di allenamento. In quei frangenti drammatici però anche pochi secondi, il tempo di attraversare il campo, possono essere determinanti. Per questo l’idea è dotare tutti di un’infarinatura di base, per sapere come comportarsi. Sicuramente per i calciatori di Serie A, ma la norma potrebbe essere estesa a tutti i professionisti, e magari persino ai dilettanti. Certo, più si scende di categoria più aumentano le difficoltà. “Ma noi faremo tutti i passi possibili per riuscirci. Se si parla di vita non può esistere una differenza fra professionisti e dilettanti”, conclude il presidente Figc, Gabriele Gravina. Perché Kjaer lo ha fatto con Eriksen. La prossima volta potrebbe toccare a qualcun altro.

Twitter: @lVendemiale

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