La campagna di vaccinazione contro il Covid nei paesi ricchi, Italia inclusa, procede in modo spedito e la copertura vaccinale delle fasce più a rischio è abbastanza avanzata, tanto che ci si pone la domanda se vaccinare anche le fasce a minore rischio, in particolare i bambini e gli adolescenti. Gli esperti si dividono tra favorevoli e contrari. Nella medicina accade spesso che decisioni importanti debbano essere prese sulla base di dati meno completi di quanto sarebbe desiderabile, e questo spiega la diversità di vedute degli esperti.

I vaccini contro il Covid, qualunque sia la ditta produttrice e la tecnologia impiegata, hanno rari effetti collaterali indesiderati, potenzialmente mortali: ad esempio trombosi e miocardite. Siccome queste malattie vengono registrate nelle cartelle cliniche degli ospedali, ma non sono oggetto di specifica segnalazione se non per la loro potenziale relazione col vaccino, la loro elaborazione statistica è laboriosa e in genere incompleta: non è facile sapere esattamente in quale misura un vaccino aumenta il rischio di trombosi o miocardite.

Per questo motivo un discorso semplificato preferirà le statistiche di mortalità, che sono invece accurate. Se l’epidemia di Covid fosse stata lasciata libera di fare il suo corso, fino a spegnersi da sé per l’immunità acquisita dalla popolazione, avrebbe probabilmente colpito circa il 70% della popolazione generale con una letalità dello 0,7% circa. Il prodotto di queste due stime suggerisce una mortalità per Covid di circa lo 0,5% ovvero 5.000 decessi per milione di abitanti (si tenga presente che la mortalità generale in periodi non epidemici è nell’ordine di 10.000 per milione per anno). La mortalità del vaccino è nell’ordine di 1-2 decessi per milione di abitanti, quindi il vantaggio della vaccinazione per la popolazione generale è molto grande.

Quando dalla valutazione della popolazione generale ci si sposta a valutare categorie di cittadini, l’analisi si complica perché la letalità del Covid dipende molto fortemente dall’età. L’epidemiologa Sara Gandini in una recente intervista ha sostenuto che: “La mortalità tra 0 e 20 anni per Covid-19 corrisponde a 0,17 per 100.000 abitanti”, cioè 1,7 per milione. Questo valore è dello stesso ordine di grandezza della mortalità del vaccino, quindi i bambini e gli adolescenti non trarrebbero nessun vantaggio dalla vaccinazione, almeno finché si considera il solo rischio di morte.

Si noti che quando l’evento considerato è così infrequente anche casistiche enormi danno stime di rischio alquanto approssimative. Tutti gli scienziati e medici che esprimono dubbi sulla validità della vaccinazione di bambini e adolescenti si basano su ragionamenti e stime di questo tipo; ad esempio l’Istituto Robert Koch di Berlino per queste fasce di età raccomanda la vaccinazione soltanto in bambini sofferenti di patologie croniche quali diabete, obesità o cardiopatie.

Anche Andrea Crisanti in Italia ha fatto considerazioni analoghe. Il Direttore Generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha invitato i paesi ricchi a donare le dosi di vaccino destinate a bambini e adolescenti agli adulti dei paesi poveri, soggetti ovviamente molto più a rischio. Infatti la lotta contro la pandemia è globale ed è ingenuo applicare i criteri di priorità nelle vaccinazioni a livello locale anziché globale.

Altri scienziati e medici hanno invece suggerito di vaccinare a tappeto la popolazione, inclusi bambini e adolescenti, allo scopo di accelerare il raggiungimento dell’immunità di popolazione. Questa pratica sarebbe eticamente accettabile soltanto se il rischio di complicanze (incluse quelle mortali) per la classe considerata del vaccino e del Covid fosse, al massimo, pari: infatti non è eticamente accettabile aumentare artificialmente col vaccino il rischio di una classe di cittadini (bambini e adolescenti) allo scopo di diminuire quello di un’altra classe (adulti e anziani).

Il primo scopo di un atto medico è sempre il beneficio, almeno probabilistico, del paziente; il beneficio della popolazione è un vantaggio aggiuntivo che non può essere conseguito a danno del paziente (si ricordi che in questa discussione semplificata danno e beneficio sono relativi al solo rischio di morte). Inoltre causare un danno a bambini e adolescenti compromette una aspettativa di vita molto più lunga di quella degli adulti e degli anziani. A quale età il beneficio della vaccinazione supera certamente il rischio? Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, in Italia soltanto lo 0,25% dei decessi per Covid ha colpito la fascia 0-39 anni e in maggioranza i deceduti erano portatori di gravi patologie croniche. Da questi dati si può molto grossolanamente stimare che il vaccino comincia a convenire in modo certo ad una età compresa tra i 30 e i 40 anni.

In ultima analisi, al momento non sembrano esserci forti indicazioni a favore della vaccinazione di bambini e adolescenti, mentre le indicazioni a favore della vaccinazione degli adulti e anziani sono fortissime e sia la posizione dell’Istituto Koch che le indicazioni del Direttore Generale dell’Oms appaiono ragionevoli.

Community - Condividi gli articoli ed ottieni crediti
Articolo Precedente

Vaccino Covid, il caso di 2 milioni di 60enni mancanti. Silvestri: “Ora convincere gli indecisi. La garanzia di una vita normale come incentivo a chi completa il ciclo”

next
Articolo Successivo

Vaccino Astrazeneca, lo studio scozzese: “Dati insufficienti su trombosi ma associazione con malattia del sangue autoimmune”

next