“Non riconosciamo le decisioni dell’Aja. Siete l’orgoglio della Repubblica serba”. È la scritta rossa impressa su uno striscione (sopra) appeso sul cavalcavia di Banja Luka, capitale de facto della Republika Srpska di Bosnia, entità che, insieme alla Federazione croato-musulmana, compone il Paese. Il destinatario del messaggio accorato è Ratko Mladic, il criminale di guerra responsabile del genocidio di Srebrenica, condannato all’ergastolo dal Tribunale dell’Aja.

Sempre a Banja Luka, poco distante da quello striscione, nella piazza centrale della cittadina, tra tavolini all’aperto e gente a passeggio, si scorge dalla notte scorsa un graffito che riporta, semplicemente, il nome del comandante, accanto alla rappresentazione di una croce composta da quattro C capovolte, simbolo del nazionalismo serbo. E, ancora, i lineamenti duri del generale che nel 1995 programmò lo sterminio di migliaia di musulmani nell’enclave protetta di Srebrenica per chiudere in grande una guerra che sapeva ormai perduta sono apparsi su una bandiera esibita nella Città vecchia di Trebinje, altra cittadina bosniaca a maggioranza serba. Non si è trattato di manifestazioni isolate.

In netto contrasto con la posizione della federazione croato-musulmana, che attendeva la conferma dell’ergastolo per il ‘Boia di Srebrenica’, in tutta la Republika Srpska si sono ripetute scene di esaltazione per quello che è considerato un eroe. Ma tra i serbi di Bosnia la reazione non è certamente stata univoca. Il professore di filosofia di Banja Luka ed editorialista Dragan Bursac ha commentato lo striscione apparso nella sua città inneggiante a Mladic sui social network, spiegando che gesti simili non sono che “il patrimonio del genocidio. Il Pampers-General (così chiamato da quando, durante il primo interrogatorio, fu colto da un attacco di diarrea) ha seminato il male nella Bosnia-Erzegovina nata dal genocidio. Temo che senza un divieto alla negazione del genocidio e dei crimini, senza un divieto legale, questo seme del male fiorirà. Temo che i bambini della Republika Srpska alimenteranno le tradizioni criminali di Ratko Mladic“.

All’indomani di una condanna che avrebbe dovuto disincagliare almeno uno dei tanti nodi lasciati in eredità dalla guerra, la Bosnia-Erzegovina restituisce così di se stessa l’immagine di un Paese che, a oltre 25 anni dalla fine conflitto, fatica ad abbandonare al passato le sue lacerazioni. Ma le rivendicazioni che continuano ad avvelenarne il percorso di ripresa vanno ben oltre i suoi confini. E compromettono, in realtà, il benessere di un’intera area geopolitica.

Anche in Croazia, per esempio, la condanna si è trasformata in un’occasione per tornare sui conti irrisolti. Oltre alla soddisfazione per il verdetto, Zagabria ha infatti sottolineato il dispiacere per il fatto che Mladic non sia stato condannato anche per i crimini in Croazia, dove nel 1991, ancora con il grado di colonnello dell’esercito jugoslavo, cominciò la sua “marcia di sangue”. Mentre in Kosovo, la dirigenza di Pristina ha confermato la volontà di denunciare la Serbia per genocidio davanti alla giustizia internazionale, dimostrando una volta di più che il capitolo è tutt’altro che chiuso. “La Serbia, sotto la guida di Slobodan Milosevic, oltre che in Bosnia, commise un genocidio anche in Kosovo – ha detto la ministra della giustizia kosovara Aljbuljena Hadzju -. I crimini commessi in tali due Paesi non furono individuali ma riteniamo che siano stati pianificati e ordinati dallo stesso stato serbo”.

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