Una sentenza definitiva, senza ulteriori possibilità di ricorsi, che conferma in appello quanto stabilito in primo grado: Ratko Mladic, il boia di Srebrenica, condannato all’ergastolo. La decisione arriva dal Tribunale dell’Aja, dove i giudici hanno confermato le accuse di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità a carico dell’ex capo militare dei serbi di Bosnia, ribadendo il carcere a vita per l’ex generale. Mladic, che ha 78 anni e le cui condizioni di salute sono precarie, resterà nel penitenziario di Scheveningen, alle porte dell’Aja, dove è detenuto dal suo arresto nel maggio 2011 nel nord della Serbia, dopo una latitanza durata 16 anni. Nel dovere scontare l’ergastolo, si unisce all’ex leader politico serbo-bosniaco Radovan Karadzic, ritenuto mente del bagno di sangue su base etnica nella guerra di Bosnia che ha provocato oltre 100mila morti e milioni di senza casa. Un tempo militare gradasso noto come ‘macellaio’ alla guida di atrocità che vanno da campagne di pulizia etnica all’assedio di Sarajevo, Mladic adesso è un uomo anziano le cui precarie condizioni di salute hanno ritardato il verdetto finale.

La sentenza Mladic era presente in aula e ha seguito con le cuffie della traduzione la lettura del dispositivo. In giacca scura e cravatta azzurra, affiancato da due agenti della sicurezza, l’ex generale è apparso in buone condizioni, accigliato e perplesso per tutte le accuse confermate a suo carico. Mladic, ultimo criminale di guerra eccellente giudicato dalla giustizia internazionale, è stato riconosciuto responsabile in particolare per il genocidio di Srebrenica, la peggiore atrocità commessa dai tempi della seconda guerra mondiale, dove nel luglio 1995 furono massacrati 8mila bosniaci musulmani, e per il lungo assedio di Sarajevo durante il conflitto armato in Bosnia del 1992-1995, che provocò oltre 10mila morti.

La sentenza, definitiva, è stata emessa da un panel di cinque giudici presieduto da Prisca Matimba Nyambe, dello Zambia, che ha anche respinto il ricorso che era stato presentato dai procuratori contro la decisione dei giudici di primo grado di assolvere Mladic da un’altra accusa di genocidio, per le purghe etniche dei momenti iniziali della guerra per portare i non serbi fuori da diverse città della Bosnia. Il Tribunale dell’Aja ha ribadito il punto del verdetto di primo grado nel quale l’ex generale serbo-bosniaco era stato assolto dalle accuse di genocidio anche in altre sei località bosniache – Foca, Vlasenica, Kljuc, Sanski Most, Kotor-Varos e Prijedor. I giudici hanno infatti respinto il ricorso della procura contro tale assoluzione. Mladic è stato quindi riconosciuto colpevole e condannato definitivamente al carcere a vita per 10 degli 11 capi di accusa, analogamente a quanto avvenuto con la sentenza di primo grado pronunciata nel novembre 2017.

La latitanza e la sua reputazione oggi Mladic fu accusato per la prima volta a luglio del 1995. Al termine della guerra in Bosnia iniziò a nascondersi: fu arrestato solo nel 2011 e consegnato al Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia dall’allora governo serbo pro-Occidente. Successivamente il tribunale dell’Onu ha chiuso i battenti, ragion per cui il ricorso di Mladic in appello e alcune altre questioni legali restanti vengono affrontate dal Meccanismo residuale dell’Onu per i tribunali penali internazionali, che si trova nello stesso edificio dell’ormai non più esistente Corte per la Ex Jugoslavia.

Mladic e la sua eredità dividono ancora la Bosnia. I bosniaci, in gran parte musulmani, lo considerano un criminale di guerra, mentre molti serbi-bosniaci lo ritengono ancora un eroe. Ma l’ombra di Mladic e di Karadzic si estende anche molto oltre i Balcani: sono anche stati onorati da sostenitori dell’estrema destra all’estero per le loro campagne sanguinose contro i bosniaci in periodo di guerra. L’australiano che nel 2019 sparò contro decine di fedeli musulmani a Christchurch, in Nuova Zelanda, si ritiene si sia ispirato ai leader serbo-bosniaci dei tempi della guerra. E lo stesso vale per Anders Breivik, il suprematista bianco norvegese responsabile dell’uccisione di 77 persone nel 2011 a Oslo e Utoya, in Norvegia.

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