In questo periodo in cui non si parla ormai più che di una sola cosa, l’inaugurazione del “Decennio del Mare” delle Nazioni Unite, a Berlino il primo giugno, è passata praticamente inosservata sui nostri media.

Eppure, la questione del mare ha acquisito sempre più importanza negli ultimi anni. Molto è stato dovuto alla rapida crescita dell’acquacoltura, che nell’arco di qualche decennio ha abbandonato le sue origini di attività artigianale che si faceva più che altro in Asia per coltivare gamberetti usando gli avanzi di cucina come cibo. Adesso, è un’industria globale che produce circa la metà del totale del pescato mondiale. Praticamente tutto il pesce pregiato che comprate al supermercato o mangiate al ristorante viene dall’acquacoltura.

L’espansione del business dell’acquacoltura è uno dei fattori che ha generato la diffusione del concetto di “Economia Blu”. Dopotutto, si dice, il mare copre circa il 70% della superficie terrestre e sicuramente lo abbiamo sfruttato assai di meno della terraferma. Il mare, si dice, potrà dare cibo per i quasi otto miliardi di abitanti del pianeta, risorse minerali che rimpiazzeranno quelle in via di esaurimento, e anche energia, acqua potabile, e chissà cos’altro.

C’è qualcosa di vero in queste prospettive, ma è anche vero che l’eccessivo ottimismo non è mai una buona guida. Per esempio, è dagli anni 80 che si parla di risorse minerali dal mare. In effetti, lo sfruttamento dei campi petroliferi “offshore” ha dato un contributo importante alla produzione di petrolio e gas mondiale. Ma, a parte gli idrocarburi, molte speranze di tirar fuori metalli rari dal fondo del mare non si sono concretizzate, e neppure quelle di estrarli dall’acqua marina. Invece, la desalinazione è un campo in rapida crescita, ma a spese di un grande dispendio di energia fossile e con enormi problemi di inquinamento associati.

In ogni caso, quando si parla di mare, siamo sempre a parlare di pesca. E anche qui le problematiche sono immense. Già nell’800, la pesca eccessiva aveva portato alla quasi estinzione di alcune specie di balena. Nel periodo successivo, si sono visti a una serie di collassi della popolazione di molte specie: la sardina del Pacifico e il merluzzo di Terranova sono fra gli esempi più noti, ma certamente non i soli.

Al momento, ci sono molte specie marine a rischio di estinzione, e si estingueranno se non si trova un modo migliore per gestire le risorse. Purtroppo, gestire la pesca in modo corretto si è rivelato molto difficile e, in molti casi, gli interventi governativi hanno fatto più danni che altro. L’acquacoltura, di per sé, non è un rimedio al sovrasfruttamento, perché i pesci “coltivati” sono nutriti principalmente con pesce pescato in mare.

Ma danni anche maggiori sono causati dall’inquinamento. Vi ricordate delle “isole di plastica” negli oceani? Beh, stanno continuando ad espandersi e non fanno certamente bene all’ecosistema – a parte il fatto che la plastica poi alla fine ce la mangiamo nel pesce che compriamo al supermercato. Fanno di peggio inquinanti come i metalli pesanti, i pesticidi, e altre robacce di origine industriale che vanno a finire in mare. E non diciamo niente del riscaldamento globale, che sta facendo i suoi danni anche quello.

In questo scenario, si inserisce il “Decennio del Mare” delle Nazioni Unite. Un programma più che altro dedicato alla ricerca ma che, chiaramente, non può ignorare le varie problematiche economiche e commerciali che hanno a che fare con il mare. Al convegno inaugurale, si sono viste un po’ tutte le sfumature della visione dell’economia blu. Alcuni la intendono come una crescita a oltranza, sfruttando tutto quello che si può, quando si può. Altri cercano di limitare questi atteggiamenti distruttivi, cercando un’armonia con l’ecosistema marino che forse è ancora possibile se la vogliamo veramente. E, infatti, il titolo del convegno di Berlino era “Creare l’Oceano che Vogliamo” – molto ambizioso, si potrebbe dire decisamente troppo. Ma, più che altro, qual è l’oceano che vogliamo?

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