Due punti mi hanno colpito dell’infelice uscita di Carlo Calenda su Marx e Engels che sarebbero stati “più ricchi di me”. La prima riguarda l’incapacità di Calenda di cogliere la questione dei vantaggi di posizionamento sociale, la seconda è l’idea che si possa essere ricchi e di sinistra, o meglio ‘comunisti’.

Sul primo aspetto lascio la parola a Calenda, il quale afferma, rispondendo piccato a chi per l’ennesima volta gli fa notare di essere un membro dell’upper class, di non provenire “da una famiglia di plutocrati con l’aereo privato”, e che i suoi genitori non gli hanno regalato case, non hanno barche, che lui non ha fatto la loro carriera.

Ora, Calenda pare ignorare il fatto che appartenere alla ‘classe dominante’ significa poter usare i reseaux familiari, il cognome, la genealogia, poter vantare una confidenza coi potenti, poter frequentare le scuole migliori e fare amicizia coi rampolli delle altre famiglie altrettanto agiate. Insomma, è singolare che Calenda riduca la propria appartenenza di classe alla ricchezza materiale, come se non ci fosse una dimensione ‘immateriale’ della ricchezza dovuta proprio all’istruzione, alle reti familiari, alle conoscenze.

Il povero subalterno che all’improvviso diventa ricco per una vincita al Superenalotto non diventerà mai come il membro di una famiglia che frequenta i migliori salotti. Peraltro, non c’entra nemmeno la volontà familistica dei genitori di ‘inserire’ i figli: si tratta di un ‘inserimento’ naturale, che procede senza che i genitori necessariamente facciano alcunché per favorirli (e la naturalezza nei confronti di poteri, onori, ricchezze, è un altro elemento di quella ricchezza immateriale).

Quanto alla questione della ‘ricchezza’ di Marx ed Engels, a parte che il Moro era pressoché uno spiantato, il ragionamento di Calenda è che nessuno (ma neanche questo è vero) ha mai chiesto loro come facessero a essere ricchi e comunisti. Intanto non stupisce che l’ego di Calenda lo conduca a un doppio movimento mitomaniaco: Calenda che si paragona a un esule politico espulso da Belgio e Francia, incapace anche solo di pagare l’affitto (scrive infatti Marx a Engels: “sono senza prospettiva con le spese famigliari in aumento. […] sono in una situazione più disperata di cinque anni fa. Credevo di essermi già sorbito la quintessenza di questa merda, ma non è così”); Calenda che si paragona a due dei più grandi pensatori e attivisti della storia.

Ma poi il punto che emerge dal suo ragionamento è che si può essere ricchi e ‘di sinistra’. Marx ed Engels sapevano bene che il populismo tendeva a declinare le lotte sociali come lotte tra ricchi e poveri. E i due pensatori rifiutavano questa visione, che certo aveva ai tempi di Marx, ma aveva avuto e poi avrà nella storia, grande seguito. Pensare il marxismo nei termini di rozzo egualitarismo e di pauperismo è un errore concettuale e storico, descrivere la lotta di classe come ascetismo millenarista e vendicativo è una cosa che Marx ed Engels non faranno mai. Anzi, si può rintracciare in loro un certo rifiuto della logica rivoluzionaria che insiste sulla felicità degli umiliati, sull’esaltazione della jacquerie e la grassazione del ricco.

Le lotte richiedono lo sviluppo di una coscienza di classe – che erroneamente una parte del marxismo a partire da Marx stesso non riuscirà a vedere nei contadini, per esempio, proprio in quanto ‘millenaristi’: nel 18 brumaio scriverà che i contadini che avevano garantito l’ascesa di Luigi Bonaparte non potevano rappresentarsi e ne parla come di un “sacco di patate” – e non è sufficiente dare all’ascetismo cristiano una mano di vernice socialista.

Dunque, come ricorda Domenico Losurdo, Marx e Engels non chiudevano certo le porta in faccia ai membri illuminati della borghesia. Anche se lo sfruttamento non è una questione morale del singolo ma un dato strutturale, il capitalista come singolo può decidere di farla finita con esso. Il punto è: perché? Il capitalista può essere preso dal terrore che le condizioni insalubri dei ghetti proletari di Manchester diventino ricettacoli di malattie e contagi, e dunque promuove la propria ipocrita urbanistica pensando a se stesso, in nome di quello che oggi – e di cui Calenda, per esempio è un alfiere – si chiamerebbe ‘decoro urbano’. Forse questo produce il rifiuto dello sfruttamento, ma ci dice qualcosa di importante su cosa spinga il ricco a, per usare un termine molto impiegato da Marx, disertare la propria classe. E Calenda, lui è un ‘disertore’?

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