Chiara Maci da bambina mangiava solo pastina in brodo e poche altre cose. Ma la vita a volte ti regala certe sterzate clamorose e, tra karma e contrappasso, è finita per occuparsi di cibo a ritmo continuo. È stata tra le prime a spianare la strada del foodblogging in Italia, ha contribuito alla crescita del fenomeno food sui social, conduce programmi di cucina in tv e si è pure fidanzata con uno chef e iconico. Dal Cilento con furore, limoni, fichi bianchi e palato allenato a riconoscere dieci varietà di pomodori, ha mollato una carriera avviata nel marketing per inseguire la sua passione. “Ma non solo una che sogna in grande: piuttosto, sono una da piccoli passi”, racconta a FQ Magazine la protagonista di Cortesie in famiglia e L’Italia a morsi.

Lei a 25 anni mollò il posto fisso per aprire un blog. La prima reazione della sua famiglia quale fu?
Mi guardarono e mi dissero: «Tu sei una pazza».

La seconda?
«Vuoi seguire la tua passione per la cucina? Allora fallo ma ti dovrai impegnare il triplo». Avevano ragione.

Cosa accadde?
Per tre anni non ho avuto una vita sociale né sentimentale: di giorno seguivo i corsi dell’Alma, la celebre scuola di cucina, la notte impastavo lievitati e provavo a fare i cioccolatini. Ho investito a lungo termine.

Si è davvero dovuta impegnare il triplo?
Più del triplo. All’inizio mi sentivo in un limbo. Ero giovane, i giornalisti mi consideravano una collega che non ce l’aveva fatta, gli chef una cuoca non riuscita. Ricordo bene le prese in giro e le porte chiuse in faccia.

Si è mai pentita di aver lasciato il lavoro nel marketing di Sky?
Nemmeno per un minuto. Anche se l’ho amato molto e ho fatto di tutto per ottenere quel posto. Durante il master mandai curriculum ovunque, solo a Sky quindici. Ero ambiziosa, determinata e alla fine mi presero per uno stage di tre mesi, mettendo subito le cose in chiaro: «Guarda che non assumiamo nessuno».

Ricordi di quel periodo?
Partii facendo le fotocopie, avevo un capo che non sempre mi trattava bene e spesso entravo in crisi. Fu tosto. Invece di mollare, mi misi a lavorare a testa bassa quindici ore al giorno e dopo tre mesi fui assunta.

Di cosa si occupava?
Partnership e promozioni. Sky c’era da tre anni, si respirava un’energia incredibile, c’erano budget pazzeschi. Io non vedevo l’ora che mia capa andasse in vacanza per occupare il suo posto: ambivo a un ruolo di responsabilità ma non mi piacevano le gerarchie.

Con una carriera lanciata, molla tutto e si butta nel food blogging.
Me ne andai senza alcuna certezza, anche perché i blog di cucina in Italia erano agli albori. Ma l’istinto mi diceva di provarci e in casa avevo l’esempio di mio padre: con me brontolava, ma lui lasciò il posto da primario per aprire uno studio suo.

Degli anni da dipendente che cosa le è rimasto?
Il rigore e il fissarmi dei micro obiettivi da raggiungere: ogni step raggiunto mi faceva crescere l’autostima. È così anche oggi. E poi ho mantenuto gli orari aziendali: il giorno dopo essermi licenziata, alle 7 ero già sveglia.

Come li ha convinti i brand importanti a fidarsi di lei?
Dimostrando che l’essere un «ibrido professionale» era una forza e non un limite. E che sapevo di cosa stavo parlando. Sono sommelier da quando ho 18 anni, conosco le materie prime, ho studiato e ho un palato educato alla cucina: i miei genitori mi hanno portato con loro a mangiare nei migliori ristoranti e se so riconoscere venti tipologie di pomodori, lo devo al bagaglio che mi hanno trasmesso e che io a mia volta cerco di trasmettere ai miei figli.

E loro come rispondono ai suoi stimoli?
Andrea è piccolo e non glie ne frega molto, Bianca è più curiosa, assaggia e le piace vedermi cucinare continuamente.

Li obbliga a mangiare di tutto?
No, anche perché io da piccola ero una che mangiava solo pastina in brodo. Ma mi piace proporgli piatti nuovi. Ma se sul tavolo trovano una mia torta e i famosi biscotti con le gocce di cioccolato, scelgono i secondi.

Dica la verità: in Cortesie in famiglia, di cui è protagonista su Real Time con Enzo Miccio e un altro giudice a rotazione, mangia tutto quello che mettono in tavola?
(ride) Se una cosa mi piace, finisco il piatto. Ma mi sono imposta di non mangiare tutto perché tre portate a pranzo e cena sono tantissime.

Miccio invece?
No, lui è il rigore fatto persona e non mangia mai carboidrati.

Che effetto le ha fatto entrare in casa di perfetti sconosciuti in pieno Covid?
Per me è una festa continua. Tamponi e protocolli limitano il rapporto con i concorrenti ma al netto di quello, mi piace sedermi, ascoltare le loro storie e raccontare di me.

La Maci non è così algida come sembra…
No, affatto. Quando mi hanno proposto il programma, mi hanno detto che secondo diverse ricerche il pubblico mi percepisce come empatica. Sarà un retaggio familiare e che di mio parlo anche con i muri, ma di solito entro in una casa da sconosciuta e ne esco da amica. Piuttosto, nei commenti mi rimproverano altro.

Ovvero?
Mi dicono: «Ma non mangi come ne L’Italia a morsi o sui social». Il pubblico vorrebbe vedermi abbuffare.

È capitato qualche scivolone gastronomico?
Robe immangiabili mai. Al massimo qualche eccesso di sale o di condimenti: in quel caso ci si limita a una forchettata. Di mezzo c’è quasi sempre una mamma o una nonna che cucinano alla grande: loro sono una garanzia.

Da Cortesie in famiglia a liti in famiglia, il passo è breve. Vi siete ritrovati in mezzo a qualche faida?
Più che liti, momenti d’imbarazzo: in una puntata, un concorrente portò a tavola un babà meraviglioso, di quelli che ti fanno venire gli occhi a cuore. Io sono saltata sulla sedia per l’emozione: «Che bravi, l’avete inzuppato da veri professionisti». Un secondo dopo, il parente mi disse: «Questo babà è identico alla pasticceria dove lo prendiamo la domenica». E così hanno dovuto ammettere di averlo comprato.

Ci sarà una seconda stagione di Cortesie in famiglia?
Per ora non abbiamo avuto comunicazioni. Ma gli ascolti sono molto buoni e siamo felici di questo.

Tra qualche giorno parte per girare la quarta stagione de L’Italia a morsi, per Food Network. Cos’ha capito dell’Italia con questo suo grand tour enogastronomico?
Ho avuto tante conferme rispetto al fatto che tradizione e ingredienti sono il nostro petrolio ma ancora non ne sfruttiamo la potenzialità. E poi che sottovalutiamo la cucina del ricordo, che invece è un tesoro clamoroso.

Il Covid ha trasformato l’Italia in un paese rassegnato come dicono alcuni sociologi?
Ci sono dei problemi sì, e in certi casi il Covid li ha accentuati, ma l’Italia è molto meno seduta e ferma di come ce la raccontano. C’è dinamismo, soprattutto tra le nuove generazioni. Abbiamo incontrato decine di giovani produttori, ventenni grintosi che hanno ripreso in mano le aziende agricole di famiglie rilanciandole e comunicando in maniera vincente.

Allora non è vero che i giovani vogliono tutti fare gli influencer?
È un cliché e una comunicazione sbagliata che non fa bene a nessuno. Ricordo ad esempio due giovani ragazze che si sono messe a produrre zafferano. Molti si sporcano le mani, recuperano lavori che sembravano persi.

Lei in ogni puntata entra in casa di una persona e si mette a spadellare. L’incontro che le è rimasto nel cuore?
In una puntata girata in Veneto, tra gli ospiti della cena c’era una signora ottantenne che si è aperta, raccontandomi il suo rimorso più grande, quello di non aver potuto lavorare perché il marito le impose di fare la casalinga. Lei per tutta la vita si è impegna nel sociale e nel volontariato pur di non essere solo mamma e moglie. A fine cena mi disse «È bello che tu sia qui a lavorare, un giorno i tuoi figli ti ringrazieranno per l’esempio che gli hai dato». Mi emoziono ancora oggi a pensarci, perché è un tema, quello del conciliare lavoro e famiglia, con cui faccio spesso i conti.

Sensi di colpa?
Ogni volta che parto per un lavoro li metto in valigia. Purtroppo questi sono i retaggi instillati da una società ancora profondamente patriarcale. Per fortuna le cose stanno cambiando e un giorno smetteremo di sentirci sbagliate e le persone, anche quelle a noi vicine, smetteranno di farci sentire tali.

A lei è capitato?
Sì e ne ho sofferto. Se dicevo «sto lavorando un sacco, sono stanca», mi dicevano: «Guarda che nessuno ti obbliga». All’inizio lo hanno fatto anche mia madre o mia sorella, poi hanno capito che era una frase sbagliata. Se ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace, perché non farlo quando comunque lascio i miei figli in ottime mani? Per una donna è importante l’indipendenza: essere indipendenti significa libertà di scelta. Davvero nel 2021 mi devo giustificare perché lavoro tanto e in certi periodi sto poco con i miei figli? Chi può permettersi di misurare la qualità del tempo che passo con loro?

Il suo compagno, lo chef Filippo La Mantia, come vive il fatto che lei stia sempre con la valigia in mano?
Nel momento in cui ci siamo scelti, sapeva chi fossi. Ha dovuto accettare dinamiche complesse e non è stato semplice. Mio fratello e mio padre, per esempio, non le avrebbero mai accettate. Filippo ha capito che il mio lavoro è importante e ingombrante ma gli piace avere una donna realizzata accanto: nel momento in cui lo sei, stai meglio anche in casa e in famiglia.

A proposito di lavoro, lui durante il primo lockdown, nel 2020, ha annunciato la chiusura del suo ristorante a Milano. Come avete vissuto un cambiamento così complesso?
C’è stato un momento in cui sono servite le parole giuste, altri in cui è stato meglio stare zitti, poi ci siamo ricompattati da alleati per stare stessa parte. La botta emotiva è stata forte, è innegabile. Filippo si è trovato da un giorno all’altro senza lavoro, senza un rituale quotidiano, senza il rapporto con la gente: lui non è solo un cuoco, è un oste e un narratore, la gente va al suo ristorante per conoscerlo e per parlare con lui. Ma in questo trambusto, non gli è mancata per un secondo la forza per rimettersi in pista.

Le vostre abitudini quotidiane invece sono state stravolte.
Stiamo assieme da cinque anni e non avevamo mai pranzato assieme a casa, capisce? Improvvisamente Filippo ha visto chiudere la sua creazione e si è ritrovato in casa dalla mattina alla sera. Lo switch lo abbiamo fatto il giorno in cui ho dovuto spiegare a Bianca che cos’era il lockdown, che non sarebbe più andata a scuola e non avrebbe visto per un po’ i suoi amici. Lei mi ha guardato e mi ha detto: «Questo vuol dire che papà cenerà con noi tutte le sere?». La sua semplicità ha ribaltato le prospettive. In quel momento è cominciata un’altra vita.

Filippo aprirà un nuovo ristorante?
Ha avuto tante proposte e sta decidendo cosa fare: a 60 anni non si accetta la prima cosa che capita. Di sicuro non gli manca la grinta per ricominciare. Intanto quest’estate cucinerà al PhiBeach, a Baia Sardinia. Per lui la sferzata è arrivata grazie a Giancarlo Morelli, che gli ha proposto di fare il delivery nel suo ristorante: è importante questa alleanza tra cuochi che si uniscono e si sostengono in un momento così delicato e folle.

Perché folle?
Perché non c’è un altro aggettivo per definire la gestione della ristorazione nell’ultimo anno. In questi mesi ho viaggiato in aerei strapieni ma non potevo mangiare in un ristorante. Speriamo che il peggio sia passato.

A lei quante volte hanno proposto di aprire un ristorante?
Ho accumulato decine di proposte tra bar e ristoranti ma ho sempre detto no. Arrivo dal marketing, maneggio i numeri e sono una persona concreta: ho la passione per la cucina ma non è con quella che si manda avanti un locale. Al ristorante preferisco andarci da cliente.

Su Google, cercando il suo nome si trova: Chiara Maci figlia di Mara Maionchi. Come nasce questa fake news?Ho provato a capirlo ma non ci sono riuscita. Sa quante gente mi dice: «Tu sei la figlia della Maionchi». Amo follemente Mara, mi sta simpatica, ma non ci somigliamo nemmeno caratterialmente.

Il suo grande sogno?
Ho paura a sognare in grande, perché se poi quel traguardo non lo raggiungi, ti demoralizzi inutilmente. Preferisco ragionare per piccoli step: un passo alla volta, con i miei tempi, so che posso arrivare più lontano.

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