Lo sguardo è quello di un uomo di potere. Di grande potere. Come solo un Duca del XVI secolo poteva avere, dal momento che lo attendevano conquiste importanti che gli avrebbero valso gloria e riconoscimenti a livello internazionale. Ma quel ritratto in bronzo di Cosimo I de’ Medici che Benvenuto Cellini – autore anche del Perseo, il capolavoro che campeggia nella Loggia dei Lanzi in piazza della Signoria – aveva realizzato tra il 1545 e il 1548 e che si trova nel Museo Nazionale del Bargello, noi posteri non l’avevamo mai visto così, cioè come lo aveva concepito e creato Cellini, più orafo che scultore.

Foto per concessione di Antonio Quattrone

In che senso? Questo: il busto bronzeo del secondo Duca di Firenze è nella lista delle opere che si apprestano a partire alla volta del Metropolitan Museum di New York dove, tra meno di un mese si inaugura la mostra The Medici: Portraits and Politics, 1512-1570 (26 giugno-11 ottobre 2021) di cui ilfattoquotidiano.it aveva dato notizia a febbraio. Come sempre accade, l’ente che richiede il prestito di un’opera d’arte è anche disponibile a sostenere le spese per il restauro dell’oggetto in questione o per un intervento di manutenzione straordinaria. E così è accaduto anche stavolta. L’esperta Ludovica Nicolai – restauratrice che nel proprio palmares conta interventi eccellenti come quelli su alcune delle parti più delicate della Porta del Paradiso del Ghiberti e sul David di Donatello – all’inizio era stata convocata solo per rimuovere alcuni prodotti di corrosione della lega formatisi all’interno del busto. Un intervento di routine. Ma a conferma del fatto che ogni intervento di restauro o di manutenzione è sempre un’ottima occasione di studio, Nicolai ha avuto l’opportunità di verificare un’ipotesi lanciata dalla critica: oltre al restauro, ha effettuato un piccolo saggio sulla superficie degli occhi, per verificare se fosse stata realizzata in argento.

E l’ipotesi si è rivelata vera: rimossi alcuni strati di sedimenti scuri, è riemerso lo sguardo color ghiaccio di Cosimo I de’ Medici, grazie alla lamina d’argento che ricopriva in origine gli occhi e che creava un notevolissimo contrasto col colore scuro del bronzo del volto. E questo genere di pratica, tipica più di un orafo che di uno scultore, rivela la scelta di Cellini di ricorrere a una tecnica usata fin dall’antichità per impreziosire i volti delle sculture, inserendo lamine d’argento all’interno degli occhi. Senza contare che alla spettacolarizzazione della scoperta ha contribuito notevolmente lo scatto fotografico di Antonio Quattrone, “mago” della fotografia d’arte, che ha ben presto invaso i computer delle redazioni giornalistiche e i social network, perché capace di cogliere alla perfezione tutto il gelo di quel “nuovo” sguardo ducale.

Per cui, quando l’opera sarà in mostra a New York, per i visitatori del Metropolitan si tratterà di una doppia sorpresa: la prima che nasce dalla presenza oltreoceano del Busto del Duca, la seconda invece connessa alla novità dello sguardo “gelido” di Cosimo I, certamente tra i membri della dinastia che ebbe più potere per un periodo relativamente lungo.

C’è poi un altro aspetto: senza la richiesta di prestito del Met, con molta probabilità non vi sarebbe stata la necessità di intervento di restauro sul bronzo, con la quasi certa esclusione della ”scoperta” che invece sta caratterizzando la vigilia della “trasferta” in America del bronzo cinquecentesco. Per cui ben vengano certe mostre, certi prestiti e certi restauri, sovente forieri di scoperte che aiutano la discussione tra addetti ai lavori e non.

Come dire che da una più oculata politica dei prestiti di beni culturali, lo Stato e la comunità scientifica avrebbero solo da guadagnare. Basterebbe mettere un po’ di ordine nella materia, magari giungendo finalmente alla pubblicazione delle liste dei capolavori imprestabili di ogni museo statale italiano – possibilmente nella sezione dedicata alla trasparenza dell’amministrazione – per evitare spiacevoli discussioni sui capolavori identitari che in ogni museo esistono. Risale infatti al 2007 – anno in cui l’allora ministro della Cultura Francesco Rutelli concesse al governo giapponese il prestito dell’Annunciazione di Leonardo da Vinci, che per mesi fu mostrata a Tokyo invece che agli Uffizi – il varo della “Commissione prestiti” formata da addetti ai lavori che lavorò per mesi alle linee guida in materia di prestiti di capolavori all’estero; purtroppo a 14 anni di distanza, e con una riforma profonda che nel 2014 ha ridisegnato regole e confini dell’universo dei beni culturali in Italia, capita ancora troppo spesso che la discussione si riaccenda, perché mancano regole chiare.

Due anni fa L’Uomo vitruviano, delicatissimo capolavoro di carta di Leonardo, fu spedito in mostra a Parigi. Quel piccolo disegno non è identitario solo del museo veneziano che lo custodisce, ma di un’intera civiltà. E questo dovrebbe bastare per escluderne qualsiasi prestito, al di là di ogni interesse politico che una tale azione può generare. Di certo un busto in bronzo rischia di meno di un disegno su carta di 530 anni e per questo è giusto tirarlo a lucido, spedirlo a New York, per di più accompagnato da un’inattesa scoperta. Sicuramente a qualche visitatore del Met amante dell’arte verrà voglia di venire o tornare in Italia a visitare il Bargello e altri musei italiani, scrigni di bellezza. E Dio solo sa quanto ne abbiamo bisogno.

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