È una sentenza storica quella pronunciata ieri dalla prima sezione civile della Corte di Cassazione presieduta dal giudice Francesco Antonio Genovese (relatore giudice Rosario Caiazzo) che ha assestato un duro colpo al costrutto della alienazione parentale, mai riconosciuto scientificamente e validato solo dalla psicologia giuridica.

La teoria della alienazione parentale era stata già sconfessata da due precedenti pronunciamenti della Suprema Corte, nel 2013 e nel 2019, ma la 1321/21 del 17 maggio scorso va ben oltre. La sentenza afferma che anche in presenza di condotte materne discutibili si debbano prendere in considerazione interventi alternativi all’allontanamento dei minori, come per esempio percorsi di recupero della capacità genitoriale valorizzando “il positivo rapporto di accudimento” e paragona la alienazione parentale ad una dottrina nazista.

Accogliendo il ricorso di una madre tacciata di essere “malevola”, una delle tante fantasiose definizioni dell’alienazione parentale, la Cassazione ha annullato l’affido super esclusivo di una minore al padre. Il provvedimento era stato deciso dalla Corte D’Appello di Venezia nel dicembre 2019. La bambina di appena 6 anni (la vicenda è stata raccontata dall’Agenzia Dire) era stata strappata alla madre per mesi, poi finalmente le visite vigilate protratte per altri sei mesi senza che fosse attuato un ampliamento dei tempi, nonostante la stessa Corte D’Appello di Venezia avesse definito un calendario di incontri. I servizi sociali avevano centellinato le visite concedendo a Natale solo un’ora di tempo e una telefonata nel giorno del compleanno della bambina. Una serie di iniquità incomprensibili, di protervia istituzionale. Ora la sentenza della Cassazione ripristina una equità di giudizio, smantellando la decisione dei giudici di Venezia sia nel merito che nel metodo.

“La Corte d’appello di Venezia – si legge nella sentenza della Cassazione – ha fatto riferimento a gravi ripercussioni ed effetti sulla minore, a condotte scellerate della madre senza indicarle o specificarle nonché ad un comportamento improntato a gravi carenze della genitorialità con volontà di estraniare la minore dal padre senza esplicitare quali siano stati gli specifici pregiudizi per lo sviluppo psicofisico della minore e non considerando le conseguenze di una brusca sottrazione della minore alla madre”.

La Cassazione stigmatizza le conclusioni delle consulenti tecniche (Ctu) perché sono “in molti punti generici e non chiari circa la ritenuta carenza delle capacità genitoriali della ricorrente” e scrive che il giudice di merito “nell’aderire alle conclusioni dell’accertamento peritale, non può, ove all’elaborato siano state mosse critiche e precise censure, limitarsi al mero richiamo alle conclusioni del consulente, ma è tenuto – sulla base delle proprie cognizioni scientifiche, ovvero avvalendosi di idonei esperti e ricorrendo anche alla comparazione statistica per casi clinici – a verificare il fondamento sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale e che risulti, sullo stesso piano della validità scientifica, oggetto di plurime critiche e perplessità da parte del mondo accademico internazionale, dovendosi escludere la possibilità, in ambito giudiziario, di adottare soluzioni prive del necessario conforto scientifico e potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che intendono scongiurare”.

Ma il colpo di grazia arriva nel punto in cui la Cassazione giudica la pronuncia della Corte d’appello di Venezia “espressione di una inammissibile valutazione di “tatertyp”, ovvero configurando a carico della ricorrente, nei rapporti con la figlia minore, una sorta di colpa d’autore connessa alla postulata sindrome”.

Taterpyt‘ è un termine legato alla dottrina tedesca negli anni ‘40, la cosiddetta colpa d’autore, in base alla quale si veniva puniti per ciò che si era e non per ciò che si commetteva. Antonio Voltaggio, il legale della madre, ha commentato che con quell’espressione si connette la alienazione parentale ad una teoria nazista, aggiungendo all’agenzia Dire che “la madre è stata punita per essere stata poco remissiva nei confronti dei Ctu e del sistema giudiziario”.

I rischi di vittimizzazione istituzionale che usano la alienazione parentale contro le madri per ripristinare una sorta di neo patriarcato, erano stati duramente criticati anche nel rapporto Grevio che vigila sulla corretta applicazione della Convenzione di Istanbul da parte degli Stati membri. Un problema che l’associazione DiRe – donne in rete contro la violenza – denuncia da anni, come dichiara nel comunicato stampa, perché la alienazione parentale è usata come una clava soprattutto contro le madri che denunciano violenze e vogliono tutelare i figli da padri inadeguati.

In queste ore Samanta Lucenera su Facebook ha scritto in una accorata lettera, indirizzata al ministero della Giustizia e a quello della Salute, la sua esperienza di figlia vittima di violenza assistita ed ha invitato altre donne ad usare le sue parole e a rivolgersi ai due ministeri.

La senatrice Valera Valente che presiede la commissione sul femminicidio, alla quale sono arrivate centinaia di segnalazioni di madri cancellate dalla vita dei figli, ha dichiarato che “si tratta di una sentenza particolarmente preziosa che lascerà il segno. I giudici devono argomentare e valutare le ragioni che li spingono ad associarsi o a dissociarsi dalle consulenze tecniche d’ufficio. I pregiudizi stentano a scomparire dai nostri tribunali ma si sta facendo strada una nuova consapevolezza giuridica e si sta prendendo coscienza del problema della vittimizzazione secondaria”. Anche Cecilia Guerra, sottosegretaria al Mef, è intervenuta auspicando che si consolidi “una giurisprudenza rispettosa delle garanzie e della tutela dei bambini vittime di allontanamenti immotivati”.

Ora la palla passa alla Corte d’appello di Brescia in considerazione “dell’opportunità che la causa sia trattata da altra Corte territoriale”. Una ennesima doccia fredda per i giudici della Corte d’appello di Venezia.

@nadiesdaa

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