Approvata la risoluzione di Europa Verde e Partito Democratico, di cui sono prima firmataria, per la transizione verso metodi di allevamento sostenibili dal punto di vista etico e ambientale. Ricadute positive anche sulla salute dei consumatori e sulla reputazione dei produttori delle eccellenze agroalimentari regionali.

Rendere più sostenibili, ambientalmente ed eticamente, i metodi di allevamento è un bene per i consumatori, i produttori e, ça va sans dire, gli animali stessi. Possibile farlo? Difficile, ma non impossibile. Noi Verdi lo sosteniamo da anni, insieme a tante associazioni ambientaliste e animaliste. Ora, con la risoluzione di cui sono prima firmataria, approvata lo scorso 4 maggio dalla Commissione attività produttive dell’Assemblea legislativa, in Emilia-Romagna abbiamo avviato il percorso di transizione per dare concretezza al raggiungimento di questo obiettivo. Che è sempre più condiviso da ampie fasce di popolazione e da rappresentanti politici di diversa estrazione in tutti i paesi dell’Unione europea.

Lo dimostra l’Iniziativa dei Cittadini Europei (Ice) “End the Cage Age” (Stop all’era delle gabbie) – da cui ha preso spunto la risoluzione – che lo scorso 2 ottobre ha consegnato alla Commissione Europea 1,4 milioni di firme raccolte negli Stati membri della Ue (oggi in Europa oltre 300 milioni di animali sono condannati a vivere in gabbia). Un’iniziativa che ha avuto grande eco anche nel nostro paese: in Italia sono state raccolte oltre 90mila firme e 21 delle 170 associazioni europee che si sono attivate sono italiane.

A seguito di questa petizione internazionale, 101 parlamentari europei, di ogni schieramento politico, hanno inviato una lettera alla Commissione Europea per chiedere la graduale eliminazione delle gabbie negli allevamenti. In particolare, gli eurodeputati hanno chiesto l’adozione di pari modalità di allevamento da parte degli allevatori nella Ue sia attraverso l’armonizzazione degli standard oggi diversi nei vari Stati, sia il divieto di importazione nella Ue di tutta la carne e derivati prodotti senza rispettare questi standard.

Nel corso dell’audizione del Parlamento Europeo che si è tenuta a metà aprile, il Commissario europeo per l’agricoltura e lo sviluppo rurale, Janusz Wojciechowski, ha detto che i sussidi agricoli dell’Ue e il Recovery Fund “possono anche essere utilizzati in parte per eliminare gradualmente l’allevamento in gabbia e implementare metodi alternativi”, e ha aggiunto: “Avete il pieno sostegno della Commissione europea per attuare questa trasformazione”. A sostegno dell’Iniziativa dei Cittadini Europei si sono espressi anche 140 scienziati e alcune delle principali aziende alimentari di tutta l’Unione europea, comprese grandi aziende italiane come Barilla e Ferrero.

Non nascondo quindi la soddisfazione che in Italia sia l’Emilia-Romagna, un territorio in cui il comparto agroalimentare ha un peso rilevante per il Pil, a fare da apripista nel percorso di transizione graduale a modalità di allevamento senza gabbie. Un’operazione complessa, che richiede risorse e il coinvolgimento degli allevatori, nonché modifiche di tipo urbanistico. Un’operazione che andrà a vantaggio del benessere animale e della salute dei consumatori. È ormai riconosciuto, infatti, che l’industrializzazione dei sistemi di allevamento intensivi costringe un alto numero di animali a vivere in spazi ristretti e in condizioni tali da nuocere alla loro salute. Col risultato sia di dover fare ricorso all’impiego massiccio di antibiotici, che poi possono ritrovarsi nella carne destinata al consumo, sia di favorire la diffusione di virus e batteri potenzialmente trasmissibili all’uomo (zoonosi e spill over) e all’origine di epidemie, come avvenne con l’aviaria anni fa.

Ora in Emilia-Romagna iniziamo il percorso per dare concretezza alle richieste di milioni di persone.

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