Il diritto a emettere una tonnellata di anidride carbonica o la quantità equivalente di un altro gas serra in cambio della promessa di rimuoverne la stessa quantità, magari realizzando progetti di tutela delle foreste. È il sistema alla base del mercato dei crediti di carbonio a cui ricorrono sempre più multinazionali, ma che può rivelarsi un abbaglio e danneggiare gli ecosistemi che si dovrebbero salvare. Persino la Russia, pur di convincere il mondo che sta facendo la sua parte contro la crisi climatica, vuole utilizzare una foresta grande due volte l’India per compensare (sulla carta) le emissioni e lo farebbe attraverso i crediti di carbonio generati da progetti con un presunto impatto positivo. Da qui al 2025, invece, come ricordato da Greenpeace e ReCommon in un recente report, Eni prevede di investire 200 milioni di euro in progetti di conservazione delle foreste (e 25 miliardi in petrolio e gas), mentre la Total fa crescere delle piante di acacia per creare una foresta da 40mila ettari sugli altopiani Batéké, nella Repubblica del Congo, e così assorbire in 20 anni dieci milioni di tonnellate di CO2 (ma allo stesso tempo aumenterà la produzione di combustibili fossili del 15% entro il 2030). D’altro canto, il taglio delle emissioni per il 2030 di almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990, punto cruciale dell’intesa per la legge europea sul clima, si potrà ottenere affidandosi pure a pozzi di assorbimento del carbonio, come le foreste. Anche se i negoziatori hanno introdotto un tetto di 225 milioni di tonnellate al contributo degli assorbimenti della CO2 da foreste e tecnologie. Suggestiva la similitudine suggerita dal Gruppo Fern, organizzazione con sede a Bruxelles dedita alla protezione delle foreste e dei diritti delle persone che da esse dipendono, secondo cui “scambiare carbonio nel bel mezzo di una crisi climatica è come spostare sedie a sdraio mentre il Titanic affonda”.

LA CORSA AL MERCATO VOLONTARIO – Le multinazionali ricorrono al mercato dei crediti del carbonio per rispettare gli impegni presi sui tagli alle emissioni. In Europa, quelle che inquinano di più sono già soggette al non poco discusso sistema Eu Emissions Trading System (Ets), che fissa un tetto alla CO2 totale che può essere emessa, imponendo di acquistare i relativi ‘diritti a inquinare’ su un mercato virtuale. Mettendo da parte le disfunzioni del sistema europeo, sempre più spesso le aziende, soprattutto quelle quotate in borsa che non vogliono perdere la fiducia degli investitori (e anche quelle non soggette all’Ets), per la parte di emissioni che non riescono ad azzerare si rivolgono al mercato volontario, per cui si stima una crescita di 50 miliardi di dollari entro il 2030. I crediti si ottengono attraverso diversi tipi di progetti. Nel 2013, quelli di riduzione della deforestazione sono stati riconosciuti come parte dello schema mondiale REDD+, per la riduzione delle emissioni di gas serra derivanti dal degrado forestale.

LE CERTIFICAZIONI DELLE COMPAGNIE AEREE – Una partita a cui non partecipano solo le imprese dell’Oil&Gas, ma nella quale hanno un ruolo importante tutte quelle il cui business dipende dai combustibili fossili. Recentissima l’inchiesta che il quotidiano Guardian ha condotto insieme a Unearthed, ramo di Greenpeace, analizzando 10 progetti di compensazione attraverso le foreste a cui fanno affidamento le principali compagnie aeree e certificati da Verra, organizzazione no profit statunitense che amministra il principale standard mondiale di credito di carbonio, il Verified Carbon Standard. Sono state condotte indagini sullo stato della deforestazione nelle aree interessate da progetti sostenuti da BA, easyJet e United Airlines. Impossibilità di verificare gli effettivi benefici in termini di assorbimento di carbonio, metodologie semplicistiche che non tengono conto dell’impatto di mercati e governi sulla deforestazione o tanto fallaci da poter generare “crediti fantasma”, progetti a breve termine (con i risparmi di carbonio dichiarati dalle compagnie non garantiti nel tempo) sono alcuni dei problemi riscontrati. Oltre al fatto che alcune società abbattono alberi antichi e rari. Perché in nome del REDD+ si tendono a piantare specie non autoctone a crescita rapida, che già altrove hanno portato al collasso dell’intero ecosistema. In questo momento il settore dell’aviazione ha bisogno di acquistare crediti. Lo scorso anno, ricorda Unearthed, British Airways ha annunciato che i suoi passeggeri potevano “volare a emissioni zero” acquistando crediti per programmi di protezione delle foreste. EasyJet si affida a progetti di compensazione in Perù ed Etiopia e anche Delta utilizza progetti contro la deforestazione. Air France, Iberia, Qantas e United Airlines hanno presentato programmi simili. Il mercato della compensazione del carbonio sta raggiungendo un punto di svolta cruciale.

LA COMPENSAZIONE DI ENI – Nel report ‘Cosa si nasconde dietro l’interesse di Eni per le foreste’ a cui hanno collaborato ReCommon e Greenpeace, le due associazioni accusano il colosso di mettere un campo, attraverso progetti di conservazione delle foreste e lo strumento del REDD+ “solo un’operazione di greenwashing”. Alla base il concetto di emissioni net-zero (zero-nette) che, però, non equivale a zero. Negli ultimi anni l’azienda ha annunciato di aver siglato accordi per progetti in vari Paesi dell’America Latina e dell’Africa, tra cui il Luangwa Community Forests Project, in Zambia. Nel dossier si manifestano molti dubbi rispetto alle metodologie utilizzate per quantificare i crediti di carbonio. Secondo le due associazioni, in generale, gli schemi di compensazione non sono credibili, perché si presumono riduzioni di emissioni sulla scorta di ciò che sarebbe accaduto se tali progetti non fossero stati realizzati. “Stime aleatorie” che consentono però “di riportare un volume di emissioni molto inferiore rispetto a quello di cui è effettivamente responsabile”. Ma il punto è anche un altro. “Il carbonio immagazzinato negli alberi è molto volatile – si spiega nel report – e può essere rilasciato in qualsiasi momento, perché il ciclo di cui fa parte è molto più breve del ciclo del carbonio accumulato nei giacimenti sotterranei di petrolio, gas o carbone”.

Nel frattempo, però, a novembre 2020, Eni ha acquistato questi crediti dal progetto in Zambia per compensare l’equivalente di 1,5 milioni di tonnellate di CO2. L’azienda non ha rivelato l’ammontare pagato ma, racconta il report, in una conferenza “un rappresentante della compagnia l’ha definita ‘un’ottima’ occasione low-cost per compensare le proprie emissioni, con meno di 10 dollari per tonnellata di CO2″. “Eni cerca di gettarci fumo negli occhi provando a farci credere di aver intrapreso una seria svolta green – commenta Martina Borghi di Greenpeace Italia – ma investirà solo lo 0,8% del suo profitto lordo in progetti che non vanno alla radice del problema della deforestazione, riducendo le emissioni solo sulla carta e per di più con cifre che appaiono gonfiate”.

QUELLO CHE ACCADE NELLE FORESTE – E i progetti che riguardano le foreste sono avviati in Paesi dove non sono riconosciuti o sono violati i diritti di accesso alla terra delle comunità locali e dei popoli indigeni, che cercano di difendere le foreste dagli attacchi della grande industria estrattiva e agro-alimentare e invece vengono rappresentati come una minaccia per la biodiversità e per le foreste, a causa di pratiche culturali o di sussistenza. La domanda di crediti di carbonio stimata da Eni per il 2050 equivale a quasi la metà del volume totale di transazioni effettuate sul mercato del carbonio nel 2020, ma la multinazionale non è sola. Shell ha annunciato un incremento nell’acquisto di crediti di carbonio da progetti forestali fino a 120 milioni di tonnellate l’anno entro il 2030. Il piano di decarbonizzazione di Total prevede la creazione di una ‘Unità per le soluzioni basate sulla natura’, per compensare almeno 5 milioni l’anno di tonnellate di CO2 dal 2030, sempre attraverso la conservazione delle foreste. “Se a questo aggiungiamo la domanda di multinazionali dell’agribusiness come Nestlé o Unilever e del comparto tecnologico, come Microsoft e Google – conclude Greenpeace – è evidente come la dimensione del fenomeno rappresenti per le foreste una pressione troppo grande”.

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