“Prevedere più fondi per la formazione e le politiche attive, di per sé, serve a poco. Finora i soldi, anche europei, destinati alla formazione sono stati spesi poco e male e le politiche attive sono decenti in alcune Regioni e inesistenti in altre. Il Piano non spiega come si intende cambiare le cose”. Andrea Garnero, economista alla direzione per l‘Occupazione, il lavoro e gli affari sociali dell’Ocse, ha più di un dubbio sul capitolo del Recovery plan dedicato alle misure – oggi del tutto inefficienti – per riqualificare e reinserire chi rimane senza un posto. Fronte caldissimo in un Paese che nell’anno del Covid ha perso 900mila occupati, concentrati tra dipendenti a termine e autonomi. “Tutto dipende dall’effettiva attuazione, ma per le riforme sono indicati solo obiettivi generali, senza dettagli su come si intende cambiare le cose. C’è il rischio serio di non riuscire a spendere i soldi, come successo negli ultimi decenni, o di riuscirci solo nei territori dove già oggi le cose funzionano”. Non va molto meglio sul fronte delle politiche per la parità di genere e tra generazioni, che sulla carta sono “priorità trasversali” e dunque non hanno capitoli dedicati. Luciano Monti, docente di Politiche Ue alla Luiss Guido Carli, su lavoce.info ha calcolato che le risorse ad hoc per i giovani si fermano al 7,2% del totale contro il 12% del Pnrr spagnolo. E non c’è nulla per stimolare l’imprenditorialità. Mentre Alessandra Casarico, docente di Scienza delle Finanze all’università Bocconi e studiosa dei divari di genere, spiega che per gli asili nido – il principale intervento in favore dell’occupazione femminile – c’è “meno di quanto strettamente necessario per raggiungere l’obiettivo europeo di offrire un posto almeno al 33% dei bambini”.

Il nodo delle politiche attive – Il lavoro ricade nella Missione 5 del Pnrr, “Inclusione e coesione”. Lì ci sono 4,4 miliardi per politiche attive del lavoro e formazione, 600 milioni per potenziare i centri per l’impiego, 400 per la “creazione di impresa femminile” e altri 600 per rafforzare il sistema duale scuola-lavoro. Sei miliardi complessivi a cui ne vanno aggiunti altri 6 a valere sul fondo React Eu con cui saranno finanziati la decontribuzione al Sud (4 miliardi), il fondo nuove competenze (1,5 miliardi aggiuntivi per pagare ai dipendenti le ore dedicate alla formazione) e i bonus per chi assume donne o giovani (500 milioni). Ma la descrizione delle riforme previste è assai vaga: sulle politiche attive, per esempio, il governo si limita a promettere l’adozione, d’intesa con le regioni, di un Programma nazionale per la garanzia occupabilità dei lavoratori che “intende imparare dall’esperienza di questi anni, cercando di superare l’eccessiva eterogeneità dei servizi erogati a livello territoriale”. Nulla si dice sul come si intende farlo. “Non abbiamo ancora in mano le schede progetto con i dettagli degli interventi previsti”, premette Garnero, che è tra gli autori dell’Employment Outlook dell’Ocse. “E forse la risposta ai dubbi è lì. Certo è che leggendo il testo di presentazione non si capisce come sarà gestito il coordinamento tra Stato e Regioni sulle politiche attive, posto che non è prevista una riforma del titolo V“. Infatti, dopo il fallimento del referendum costituzionale di Renzi che puntava ad attribuire tutte le competenze all’Anpal, i centri per l’impiego sono rimasti in capo ai governatori, con cui il governo deve negoziare ogni mossa a partire dalle oltre 11mila assunzioni previste di qui a fine anno.

Il piano, non a caso, rinvia agli enti locali le decisioni sulla formazione degli operatori e sulle altre priorità di intervento. “L’unica possibilità che vedo”, commenta l’esperto, “è stabilire livelli minimi nazionali da garantire ovunque, con sanzioni – cioè lo stop ai fondi supplementari – per chi non li garantisce. Arrivare al commissariamento da parte dello Stato? E’ un’opzione possibile, ma se poi il commissario è l’Anpal con tutti i suoi problemi interni…”. L’Anpal, che stando a indiscrezioni il ministro Andrea Orlando intende depotenziare, è citata solo una volta nel paragrafo sul nuovo “Piano nazionale nuove competenze” deputato a formare e riqualificare “lavoratori in transizione e disoccupati” oltre a beneficiari del reddito di cittadinanza. Nessun riferimento alla tanto attesa app per l’incrocio di domanda e offerta, mai realizzata. “Del resto ne esistono tante di aziende private e non risolvono il problema delle politiche attive, che richiedono ascolto e capacità di disegnare interventi su misura in base alle necessità della singola persona”

La sparizione del salario minimo – Quanto alla sparizione del riferimento al salario minimo, secondo Garnero si tratta di una vittoria negoziale dei sindacati – contrari alla misura – ma di peso limitato. Perché la formulazione che compariva nelle bozze (in cui veniva previsto per i “lavoratori non coperti dalla contrattazione collettiva nazionale“) era “un compromesso che dal punto di vista giuridico non vuol dire niente: in Italia formalmente tutti i dipendenti sono coperti da un contratto nazionale”. Quindi? “Serve sicuramente una soluzione per il lavoro sottopagato, e non deve essere in opposizione alla contrattazione collettiva. Ma è illusorio pensare che fissare una soglia legata al minimo previsto dai contratti firmati dalle organizzazioni più rappresentative e uguale da Milano a Lampedusa risolva il problema. Il punto di partenza devono essere contratti nazionali più flessibili, che permettono deroghe tramite accordi territoriali e aziendali. Le parti sociali devono trovare la quadra”.

Per l’occupazione femminile 4,6 miliardi su nidi e asili – Le lavoratrici sono state le più colpite dal calo dei posti causato dal Covid. Ma già prima della pandemia il tasso di occupazione delle donne italiane era più basso di oltre 10 punti rispetto alla media Ue: nel dicembre 2019 aveva superato per la prima volta il 50%. Recuperare questo “ritardo storico” è una delle priorità trasversali del Piano, “cosa che ha senso perché sono tanti gli ambiti su cui intervenire per ridurre il divario”, spiega Casarico. “D’altro canto, però, così diventa più complicato capire in quali capitoli ci sono risorse dedicate”. Al netto dei 600 milioni aggiuntivi per stimolare la creazione di imprese femminili, lo stanziamento di gran lunga più consistente è quello per asili nido e scuole materne: 4,6 miliardi, come nel Pnrr del governo Conte, ma i nuovi posti previsti nei nidi scendono a 228mila contro i 622.500 del “vecchio” piano. “Le risorse sono probabilmente sottodimensionate”, commenta la docente. “Ma almeno questa volta il meccanismo di controllo europeo dovrebbe far sì che siano spese davvero per quella voce e non disperse come è avvenuto in passato”. Gli altri interventi previsti? “C’è un piano per lo sviluppo delle competenze Stem, cioè nelle discipline scientifiche e tecnologiche, da parte delle studentesse, perché in quei campi le donne sono sottorappresentate. E si annuncia un sistema nazionale di certificazione della parità di genere nelle aziende, che però sarà volontario. In generale, poi, investire sull’assistenza e la cura dovrebbe fare da volano per l’occupazione femminile, sia liberando il tempo delle donne sia creando domanda di lavoro in quel settore”. In extremis, poi, al piano è stata aggiunta una clausola di condizionalità in base alla quale le imprese che realizzeranno i progetti del Piano dovranno assumere determinate quote di donne e di giovani. Il tutto, di qui al 2026, dovrebbe aumentare l’occupazione femminile di 2,9 punti rispetto a uno scenario senza Recovery. Troppo poco, comunque, per colmare il gap di genere. Idem per il divario “generazionale”: per i giovani la quota di occupati è data in salita del 3,3%. Ma la differenza con la media Ue oggi è di quasi 15 punti.

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