di Annalisa Dordoni*

Le donne sono fra le prime a pagare il prezzo della crisi che accompagna la pandemia. Alcune hanno dovuto lasciare il lavoro, non lo trovano o hanno smesso di cercarlo. Molte lavorano da casa prendendosi cura, spesso da sole, della casa e dei figli, altre sono costrette a lavorare in presenza. I confini oggi disintegrati tra vita privata, familiare e lavorativa hanno influenzato in particolare le donne e le madri, che hanno vissuto condizioni di stress, ansia e stanchezza persistente. Infatti, seppur nelle pratiche familiari le cose stiano cambiando e i padri inizino ad essere più presenti, in Italia il lavoro riproduttivo, domestico e di cura, non retribuito è ancora considerato una prerogativa femminile. Le politiche di conciliazione sono molto carenti e rinforzano questo stereotipo, si pensi al bonus babysitter e all’esiguo congedo di paternità.

Il confinamento ha anche moltiplicato le occasioni di violenza contro le donne. Va ricordato che scarsi sostegni, difficoltà di conciliazione, disoccupazione femminile e violenza sono connesse: dipendenza economica, segregazione domestica e sottomissione sono i prodromi della violenza di genere. Con la pandemia aumentano le disuguaglianze e anche lo sfruttamento e la ricattabilità di chi non può scegliere di lavorare da casa. Le attività più colpite, che definiamo oggi essenziali, sono ad alta occupazione femminile, oltre che giovanile e migrante. Questi settori subiscono tagli del personale anche con il blocco dei licenziamenti in essere, poiché si tratta spesso di contratti precari.

Le donne sono schiacciate tra lavoro produttivo e riproduttivo. Ma perché lavoriamo? Si lavora per avere in cambio il salario. Inoltre il lavoro, sia produttivo che riproduttivo, ha a che fare con il sentirsi parte attiva della società (segnalo Perché lavoro? Narrative e diritti per lavoratrici e lavoratori del XXI secolo di Richard Sennett, Alain Supiot e Axel Honneth).

Da un lato, l’assenza di redistribuzione e indipendenza economica crea condizioni di vulnerabilità che possono sfociare in marginalizzazione e violenza. Dall’altro, l’assenza di riconoscimento sociale crea un senso di invisibilità e inutilità che mina la partecipazione democratica. Questo vale per tutte e tutti. Dunque, è necessario non contrapporre redistribuzione e riconoscimento. “C’è bisogno di pensare in maniera integrata” come afferma Nancy Fraser (in Redistribuzione o riconoscimento? di Axel Honneth e Nancy Fraser). Vogliamo il salario e anche il riconoscimento. Il pane e le rose.

*Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, dove mi occupo di questioni di genere e sociologia del lavoro, cambiamenti socio-culturali e trasformazioni nei processi produttivi e riproduttivi.

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