Ci sono due dati che, messi uno accanto all’altro, fanno riflettere. Il primo è recente: stando all’Istat a dicembre gli occupati sono diminuiti di 101mila unità. 99mila donne e 2mila uomini. Il secondo è storico, ma sempre attuale: Banca d’Italia ha rilevato che se la componente femminile della popolazione in età lavorativa fosse occupata al 60% – invece del 48% – il Pil italiano aumenterebbe di sette punti percentuali. Alla fine del 2020 è caduto del 8,9%. Quindi: “Andremmo quasi in pari. La disoccupazione delle donne costa a tutti, non solo alle donne”, commenta Azzurra Rinaldi, direttrice della School of Gender Economics – Università Unitelma Sapienza. Eppure a un anno dalla pandemia emerge un quadro preoccupante. Lo dice un’indagine svolta da Ipsos per We World, organizzazione attiva nella difesa dei diritti in 27 Paesi, fra cui l’Italia.

Una donna su due ha visto peggiorare la propria situazione economica nel corso del 2020. Per il 16% delle intervistate le entrate sono diminuite circa del 20%, per il 21% fra il 20 e il 50%, per il 17% sono scese di oltre il 50%. Questo porta a una maggiore dipendenza nei confronti della famiglia o del partner, soprattutto nel caso delle non occupate con figli: il 51% di loro dice di dover richiedere aiuto in misura maggiore rispetto al passato. Fra quelle che invece sono ancora occupate, il 50% ha paura di perdere il posto. Se sono giovani il numero cresce e raggiunge il 55%. Le altre in alcuni casi rinunciano a cercare un lavoro, anche se madri. “Perché spesso impegnate nella cura di persone care. Se l’anziano della famiglia sta male, in Italia culturalmente se ne occupa la donna. Secondo l’International Labour Organization, nel nostro Paese ognuna svolge in media cinque ore al giorno nell’attività di cura non retribuita. Un uomo meno di due”. Questa la fotografia prima del Covid. “Con la pandemia – dice l’Istat – le donne hanno avuto un incremento di 15 ore a settimana. Tre al giorno in più se contiamo cinque giorni lavorativi: sommate a quelle già presenti sono in totale otto ore”. Come un turno in ufficio. “Ecco perché se ne vanno dalla professione o non la cercano: non ce la fanno”, continua Rinaldi. “I criteri di razionalità economica inducono perciò le coppie a lasciare a casa il coniuge che ha un lavoro più instabile o con un salario più basso, due condizioni che spesso caratterizzano l’occupazione femminile. Soprattutto succede in un momento come questo in cui è necessario avere un genitore a casa, basti pensare alla dad”.

Secondo i dati raccolti da Ipsos per WeWorld, le donne che si occupano di famigliari non autonomi (bambini o anziani) sono circa il 38%. La quota sale al 47% nella fascia di età fra i 25-34 anni (si fanno carico dei figli) e nella fascia 45 – 54 (genitori, parenti più vecchi). Sostenere l’occupazione femminile significa prima di tutto aiutare le famiglie, quindi. Gli esempi di coesistenza virtuosa fra professione e figli ci sono, spiega Rinaldi: “I Paesi che offrono un’assistenza più articolata sono gli stessi in cui le donne hanno più bambini e dove lavorano maggiormente. Per forza: se entrambi i genitori hanno uno stipendio, nelle casse dello Stato entra il doppio del gettito fiscale. Questo consente di finanziare i servizi anche alla genitorialità, che se supportata permette la professione a entrambi è così via”. Ecco perché Il Giusto Mezzo – il movimento di cui fa parte Rinaldi, nato nel corso del primo lockdown e ispirato all’analogo europeo Half of it – lo scorso ottobre ha scritto una lettera all’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte chiedendo di focalizzare i fondi del Next Generation Ue anche e soprattutto sulla parità di genere, che costa circa 370 miliardi all’anno. Fra le altre cose, propone come misura sperimentale per tre anni il congedo parentale obbligatorio anche per il padre a cinque mesi (come quello materno), estendendo l’attuale di soli dieci giorni. Importante porre l’accento anche sugli asili nido. Il Giusto Mezzo suggerisce di applicare quanto stabilito nel corso del Consiglio Europeo di Barcellona del 2002: inserimento nelle strutture pubbliche per almeno il 33% dei bambini sotto i 3 anni di età. In Italia la percentuale supera di poco quota 25%.

Dei 209 miliardi del Next Generation Ue destinati all’Italia, circa 17 sono indirizzati all’inclusione e coesione sociale. Fra questi, 4,2 miliardi andranno alla parità di genere. Abbastanza? “No. Anzi, mi aspetterei che il tema della disparità fosse in qualche modo sempre presente, per cercare di risolverlo dove si manifesta. Per esempio nella governance, che dovrebbe essere composita e diversificata nei suoi membri”, spiega Rinaldi. “La letteratura dice che spesso le imprese femminili hanno difficoltà a ottenere fondi perché non sempre si vedono in queste possibilità di successo. A volte sembra si verifichi un meccanismo inconscio. È importante che i vertici siano composti da donne e uomini per garantire una capacità di visione il più possibile comprensiva”, chiude. “Se una donna su due nota un peggioramento sulla propria condizione economica, questo è un tema che ci riguarda da vicino, e che non dobbiamo farci sconti”, commenta Marco Chiesara, presidente di WeWorld. “Bisogna però stare attenti: come è stato detto nel corso del nostro recente incontro, non dobbiamo considerare le donne come una categoria fragile. Vivono condizioni di fragilità e in alcuni contesti di maggiore difficoltà. Ma non sono più fragili”. Servizi per la cura dell’infanzia e delle persone anziane, per sollevare le donne dal ruolo di caregiver, e risorse strutturali che oltrepassino l’ottica del bonus. Le strade per ridurre il divario partono (anche) da qui.

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