Sono passati trentacinque anni da quella notte del 26 aprile 1986 quando all’1.23 il reattore numero quattro della centrale nucleare di Černobyl’ esplose, causando il più grave incidente della storia insieme a quello di Fukushima del 2011. Tutti ricordano i giorni successivi quando la nube radioattiva arrivò anche in Italia. Scattò l’allarme: il consiglio era di non mangiare la verdura e la frutta, di lavarla bene perché quel maledetto U (Uranio)-235, sarebbe potuto finire negli orti. Si vietò il consumo di latte e insalata. Ai tempi Černobyl’ faceva ancora parte dell’allora Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, che per giorni cercò di non divulgare la notizia al mondo ma, di fronte alle dimensioni del disastro, furono costretti a organizzare l’evacuazione e il reinsediamento in altre zone di circa 336mila persone. Ufficialmente morirono in 65 ma le conseguenze di quell’incidente furono impressionanti: si contano migliaia di persone morte di tumore e bambini nati deformati.

E proprio in quegli anni gli italiani dimostrarono una grande generosità accogliendo centinaia di bambini dell’Ucraina e della Bielorussia, per far trascorrere loro un mese o più lontano dalle radiazioni. Oggi, Černobyl’, resta solo un ricordo, almeno in Italia. A Kiev organizzano persino dei tour alla centrale nucleare e nel centro storico vendono cappelli con lo stemma di Černobyl’. Dal 1986 Pryp”jat’, a tre chilometri dalla centrale è una città fantasma e a Černobyl’ vivono poco più di mille persone ma le radiazioni ci sono ancora. Chi non ha dimenticato il disastro è Nicoletta Bortolotti che con il libro “Quelle in cielo non erano stelle” (Mondadori) è riuscita a raccontare ai più piccoli la tragedia della centrale nucleare attraverso una storia di amicizia tra un ragazzo italiano e una bambina ucraina, Vassilissa.

Bortolotti, quasi come se fosse un film, gioca sul doppio binario: dando voce a “U-235” racconta come quella nube sia finita nelle case della gente, nelle pozzanghere, sui loro vestiti. In questi capitoli, datati 1986, c’è la piccola Vassilissa “fotografata” a casa sua a pochi chilometri dalla centrale ma c’è anche suo fratello, chiamato a fare l’autista, pur senza patente, per trasportare i pezzi radioattivi nei tumuli. E poi c’è la cronaca dell’evacuazione: “Vengono con l’idrante. Spruzzano la casa dal tetto alla facciata per non alzare la polvere radioattiva. Vengono con le ruspe e i bulldozer a scavare una buca. Strappano la casa dal prato come un molare dalla gengiva e la depongono nella buca”. Sull’altro binario, c’è invece, Omar e la sua famiglia che vivono a Caronno. Sono loro nel 1991 a ospitare Vassilissa. Il bambino italiano non sa nulla di Černobyl’, non s’aspetta di incontrare una bambina che non ha mai visto un bagno, non ha mai bevuto un the, non ha mai avuto una barbie ma allo stesso tempo Omar e i suoi compagni scoprono un’altra storia: “E dov’è l’Ucraina? Chiede Jack che della geografia ha un’idea piuttosto vaga”. E “che cavolo è il Cesio 137?” si domanda un altro amico di Omar. Le pagine scritte da Bortolotti, coinvolgono, riportano indietro nel tempo e lanciano un messaggio a tutti i bambini: l’amicizia vince su ogni paura. Sulla diffidenza, sul non sapere la lingua dell’altro.

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