Una cinquina da applausi. Chiunque vincerà l’Oscar da Miglior attrice protagonista l’avrà meritato. Certo, Frances ha già fatto la doppietta, trionfando nel 1996 per l’indimenticabile Fargo e tre anni fa per Tre Manifesti a Ebbing. Difficilmente dunque la pur amatissima McDormand potrà triplare, benché il film di cui è indiscussa icona, Nomadland, sia il superfavorito nella categoria più pesante. E anche Viola “ha già dato”, avendo la Davis trionfato nel 2016 per Barriere diretto dal collega Denzel Washington.

La sensazione è che nella Notte del 93° Academy Award la statuetta possa andare a una delle giovani più talentuose del cinema contemporaneo, già candidata nel 2009 per An Education e ora in gran forma come “promettente giovane donna”, nome omen del film di cui è protagonista, Promising Young Woman dell’esordiente Emerald Fennell, vera rivelazione di quest’annata di premi. Stiamo parlando chiaramente di Carey Mulligan, splendida 35enne londinese capace di mutare e mutarsi con la disinvoltura minimalista delle grandi. La sua Cassie, tragica e beffarda, è già diventata personaggio cult, manifesto della provocazione anti-violenza sulle donne. E a lei, non a caso, i bookmaker danno la loro preferenza di poco seguita dall’inossidabile Viola Davis, sontuosa interprete di Ma Rainey’s Black Bottom di George C. Wolfe in cui però, a rigor quantitativo di scene recitate, è “poco protagonista”. Certo è che Davis ha dalla sua quel #BlackLivesMatter d’ordinanza corrente, condiviso peraltro con Andra Day, sensibile performer nel ruolo di Billie Holiday nel legal-biopic diretto da Lee Daniels The United States vs Billie Holiday; la Day ha già vinto il Golden Globe drammatico per questa sua interpretazione ma gli Oscar spesso guardano altrove, separando i destini dei due premi in terra hollywoodiana. Poche chance, purtroppo, restano alla pur sublime Vanessa Kirby, intensa donna e madre “a pezzi” in Pieces of a Woman di Kornél Mundruczó, film apprezzato al concorso dell’ultima Mostra veneziana dove Kirby ha peraltro vinto la Coppa Volpi.

La categoria delle Supporting Actress, localmente dette “non protagoniste”, offre uno sguardo più internazionale rispetto all’anglofonia imperante delle protagoniste. E questo grazie alla presenza della veterana sudcoreana Yuh-jung Youn, la “nonna” di Minari, e la spumeggiante bulgara Maria Bakalova, trasformista figliola di Borat. Entrambe godono di buoni favori dai pronostici, probabilmente rafforzate da un certo “esotismo” di cui Hollywood ha crescente bisogno per sopravvivere a se stessa. Con la “regina per antonomasia” Olivia Colman difficilmente premiabile ancorché bravissima in The Father, e con Amanda Seyfried in un ruolo “classico” che potrebbe comunque offrire al Mank di David Fincher una delle 10 statuette in cui è candidato, resta l’auspicio per la veterana Glenn Close, ad oggi digiuna da riconoscimenti dall’Academy nonostante il record delle sue otto candidature, di cui quattro da protagonista. In quest’occasione la grande performer americana è nominata per Elegia Americana di Ron Howard.

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