di Eliot Maes

Con la morte del principe Filippo dello scorso 9 aprile si comincia davvero a vedere la fine di un’era storica di una monarchia già in declino da diversi decenni. Dopo l’annuncio di Buckingham Palace è seguito il clamore mediatico: la Bbc ne osanna l’uomo e le gesta e sia Boris Johnson che Keir Starmer hanno espresso parole di cordoglio e di apprezzamento nei confronti della sua figura. Una Gran Bretagna in lutto che continua a fare resistenza verso il cambiamento.

Nonostante ciò, Filippo rimane un personaggio significativo per il Regno Unito. Della sua storia, colpisce prima di tutto la longevità: il duca di Edimburgo muore a 99 anni dopo essere stato marito per più di 73 anni della ultranovantenne Elisabetta II, regina da sessantanove. Filippo ed Elisabetta sono parte integrante dell’immaginario del ventesimo secolo e rimangono, nel bene e nel male, due figure di riferimento della storia contemporanea, figli di un impero coloniale oramai scomparso ma che continua ad echeggiare nell’aria.

Parte di questi echi sono forse anche le battute sarcastiche di Filippo durante le visite ufficiali che, da consorte che rifletteva della luce della moglie, con le sue “gaffe” tirava fuori l’identità culturale di un mondo passato che si mostra razzista, paternalista e colonialista. Ma proprio perché l’autorevolezza di un mondo elegante (ma spietato) viene prima del giudizio sui contenuti, il suo lavoro di rappresentante del “brand” reale in tutto il mondo è stato ricordato e apprezzato a reti unificate.

Questo “brand” è stato egli stesso a crearlo: per traghettare la monarchia verso il ventesimo secolo, Filippo capì che bisognava portare la vita quotidiana della famiglia reale in televisione e nei giornali. Era necessario far apparire alla “gente comune” che era una famiglia come tante altre. Con questa idea, il duca di Edimburgo ha contribuito a costruire questo legame con i tabloid, i quali pullulano di notizie sui gossip della famiglia, guardati sotto il velo dei matrimoni da sogno, dei bei vestiti e delle cerimonie festose. Un’operazione perfettamente riuscita da parte del più longevo consorte della più longeva regnante, il quale ha in parte contribuito, con questa operazione, a costruire la narrazione del nazionalismo britannico per come ci appare oggi. Una figura di “dietro le quinte” che è stato il punto di riferimento fondamentale per Elisabetta, la regina che in una sola vita ha discusso di politica con Winston Churchill e Boris Johnson.

La morte di Filippo, insieme alla recente intervista di Harry e Meghan, riporta in superficie una domanda che per i britannici è forse difficile porsi: sono più tollerabili le battute del Duca di Edimburgo o la monarchia stessa? Molti membri del Commonwealth hanno già espresso la volontà di staccarsi dal regno dopo la fine di Elisabetta. E dunque, ha senso l’esistenza dell’istituto monarchico di un ex impero – smembrato – nel ventunesimo secolo? Questa domanda arriva in un momento delicato in cui la Gran Bretagna ha deciso di giocarsi da sola la sfida della globalizzazione. Paradossalmente, in un mondo Brexit, un’istituzione come la monarchia potrebbe rivelarsi addirittura un organo di rappresentanza strategico, con la propria autorevolezza storica e politica. Anche se sarebbe un’operazione anacronistica, l’utilizzo della monarchia in questo modo potrebbe dare più senso alla propria esistenza (un senso di esistenza sicuramente maggiore rispetto a quello che ha adesso).

Di fronte a questo paradosso in atto, sarà interessante vedere come il Regno Unito riuscirà a giocarsi questa partita: la Brexit apre un nuovo capitolo mentre la monarchia, con la prossima fine del regno di Elisabetta, probabilmente chiuderà un intero libro. Si spera che questa congiuntura storica possa dare la giusta dose di rinnovamento alla Gran Bretagna, la quale dovrebbe virare verso un nuovo schema istituzionale e lasciarsi alle spalle il passato monarchico, che, seppur glorioso e affascinante, è figlio di un mondo (fortunatamente) estinto.

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