Gli italiani sono campioni in Europa per consumo di bottiglie d’acqua minerale. A questa tipologia di consumo si integrano altre proposte del mercato: filtri domestici a carboni attivi per cloro, calcare e impurità, caraffe filtranti, sistemi a osmosi inversa, gasatori per ottenere acqua frizzante, ecc. Una babele che, complice anche una generalmente immotivata diffidenza per l’acqua dell’acquedotto pubblico, spinge all’acquisto di “correttori” e “miglioratori”, che acquietino l’ansia per la propria salute generata dalla semplice apertura del rubinetto per riempire un bicchiere. Ma si sa, la diffusione della paura (sentimento umano, ma altamente irrazionale) è notoriamente assai utile, sia per vendere qualsiasi merce (farmaci, cosmetici, corsi di difesa personale, telecamere di sorveglianza, armi, ecc.) si per diffondere idee e progetti politico-sociali.

Che spreco! – Secondo una recente statistica firmata Beverfood (il portale italiano specializzato sul mondo delle bevande), nel 2018 gli italiani hanno consumato oltre 13 miliardi di litri di acqua imbottigliata. Stiamo parlando di 221 litri a testa, per una spesa familiare che sfiora i 150 euro l’anno. Per consumi pro-capite battiamo i tedeschi (195 litri), i francesi e gli spagnoli (140 litri) e gli inglesi, che si fermano a 50 litri. Escludendo quelle di vetro (riservate a ristoranti e hotel), facilmente riciclabili, il totale delle bottiglie italiane usa e getta ammonta a quasi 12 miliardi di pezzi che nell’80-90% dei casi finiscono negli inceneritori, in discarica e/o dispersi nell’ambiente terrestre e marino. Con i risultati drammatici ormai ben noti. La consapevolezza che questa sia una strada ormai da abbandonare è diffusa. Per esempio, si moltiplica l’uso delle borracce personali di metallo, da riempire con acqua del rubinetto, anche grazie a lodevoli iniziative rivolte agli studenti e realizzate da amministrazioni locali illuminate. Altri, da tempo, pensano a una difesa “passiva” e, volendo escludere l’acquisto sistematico dell’acqua imbottigliata, ragionano pressappoco così: “L’acqua che mi arriva in casa mi sembra in qualche modo problematica per sapore, composizione, ecc.? Niente paura, applicando filtri o altri marchingegni al mio impianto ne posso migliorare la qualità e la gradevolezza”. Opzione legittima, ma che genera a sua volta problematiche che vanno conosciute.

La qualità di quella del “Sindaco” – Non è difficile prendere visione della qualità dell’acqua che sgorga nella propria cucina. Le aziende che gestiscono il servizio idrico sono obbligate per legge a pubblicare sul proprio sito e ad aggiornare regolarmente i risultati delle indagini di laboratorio che vengono sistematicamente effettuate sull’acqua distribuita in rete. Spesso i dati sono corredati da commenti che ne facilitano l’interpretazione, anche per chi non è un esperto. Gli aspetti che di solito destano qualche preoccupazione negli utenti (anche perché sono quelli facilmente verificabili dai nostri sensi) sono il contenuto di calcio (che manda fuori uso le resistenze elettriche degli elettrodomestici) e i residui dei composti clorati utilizzati per la sanificazione dell’acqua. Per questi ultimi occorre dire che – essendo il cloro un gas – spariscono con il loro relativo odore tenendo semplicemente per mezz’ora la caraffa piena e aperta in frigorifero.

Per il calcio contenuto nell’acqua potabile e la sua relazione con la formazione di calcoli nelle vie urinarie, contrariamente a quanto si possa pensare, sono proprio le acque molto ricche di calcio che proteggono dalla formazione di calcoli. Senza contare che il rischio di calcolosi urinaria è influenzato anche da altri fattori come le abitudini alimentari. A questo proposito, una ricerca di qualche anno fa effettuata presso il Brigham and Women’s Hospital di Boston e pubblicata sulla rivista Journal of the American Society of Nephrology testimonia che la dieta Dash (Dietary Approaches to Stop Hypertension), di solito utilizzata per moderare i valori della pressione arteriosa, riesce anche a ridurre la formazione dei calcoli. Questa dieta è ricca di frutta e verdura, di noci e semi oleosi, di legumi e cereali integrali. È, al contrario, povera di bevande zuccherate e di carni rosse e conservate (salumi e scatolame). Chi segue la dieta Dash, che comprende più vegetali, urina più abbondantemente nel corso della giornata e consuma più citrati, sali che giocano un ruolo fondamentale nel prevenire la formazione dei calcoli renali.

Tra osmosi e caraffe – Le “apparecchiature a uso domestico per il trattamento di acque potabili” (questa è la definizione corretta per la legge, che vieta la più generica denominazione “depuratori d’acqua”) sono in grado di modificare alcune caratteristiche dell’acqua, come la concentrazione di minerali, e di rimuovere eventuali composti chimici indesiderati. Queste apparecchiature possono essere applicate a monte, subito dopo il contatore. Consistono in filtri a base di carbone attivo (di origine vegetale o minerale) che riescono a trattenere contaminanti chimici, pesticidi e altri inquinanti industriali. Questi filtri trattengono anche il cloro aggiunto all’acqua per la potabilizzazione. Non sono tuttavia in grado di eliminare i batteri e i composti azotati come nitrati e nitriti, segni di inquinamento batterico o derivanti da eccesso di concimazioni agricole. Esistono anche brocche dotate degli stessi filtri a carboni attivi. Versata nella brocca, l’acqua passa attraverso il filtro, che trattiene cloro, pesticidi e altri elementi inquinanti (ma anche in parte quelli utili come calcio e magnesio). Il problema dei filtri (che siano a monte o nelle caraffe) è quello della corretta manutenzione per evitare la proliferazione batterica. I filtri vanno cambiati spesso, circa una volta al mese per un consumo normale. Per quanto riguarda le caraffe con filtro, è prudente tenerle piene in frigorifero, consumare l’acqua filtrata in giornata e non lasciare acqua residua nella caraffa per lungo tempo.

Più efficienti sono gli impianti a osmosi inversa, nei quali l’acqua viene forzata a passare attraverso una membrana semipermeabile che trattiene buona parte delle sostanze disciolte: soprattutto i pericolosi nitrati e gli inquinanti chimici, ma anche quasi tutti i minerali. Ne risulta un’acqua con residuo fisso molto basso, ottima per ferri da stiro e lavatrici, ma non desiderabile per un consumo quotidiano. Non per niente, gli impianti più evoluti permettono una regolazione del residuo fisso in base alle proprie preferenze. Gli impianti domestici, anche in questo caso, necessitano di regolare manutenzione. Nessuno di questi sistemi è ottimale e tutti necessitano di attenzione e manutenzione costante. Tuttavia, rispetto all’acquisto di acqua in bottiglia (necessario in alcune zone per la scarsa qualità dell’acqua di rete), producono certamente un vantaggio ecologico, anche se parziale: i filtri vanno comunque smaltiti come rifiuto. Dal punto di vista economico, però, ogni bicchiere di acqua “trattata” costa decine di volte di più di quella che scende dal rubinetto.

I benefici delle minerali? Dipende – Povera di sodio, ricca di calcio, a elevato contenuto di magnesio: sono tutte caratteristiche dell’acqua (minerale o del rubinetto non fa differenza) che possono avere un qualche effetto sulla nostra salute. Niente di mirabolante, beninteso, a dispetto dell’insistente comunicazione pubblicitaria. Tuttavia, i minerali sciolti in un bicchiere d’acqua interagiscono indubbiamente con il metabolismo e influenzano il nostro equilibrio vitale. I dati che analizziamo di seguito li potete trovare sull’etichetta della bottiglia oppure sul sito dell’azienda che distribuisce l’acqua pubblica nel vostro territorio.

– Il residuo fisso esprime la quantità di sali minerali presenti in un litro di acqua fatto evaporare a 180°C. Fino a 200 mg/litro sono acque leggere (oligominerali); tra 200 e 1.000 mg/litro si tratta di acque mediominerali; per valori superiori si chiamano acque ricche di sali minerali. Occorre non dimenticare che i minerali sono generalmente utili per il metabolismo e per l’organismo tutto (ossa, ma anche cuore, digestione, ecc.). Già dalla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, studi epidemiologici hanno riscontrato una correlazione inversa tra malattie cardiovascolari e ricchezza di minerali delle acque potabili: più l’acqua era ricca di minerali (soprattutto carbonati e bicarbonati), minore era il rischio cardiovascolare. Risultati confermati anche da ricerche più recenti.

– I bicarbonati sono i sali più alcalini nelle acque da bere. Uno studio pubblicato sulla rivista British Journal of Nutrition ha dimostrato che, dopo un pasto ricco di grassi, i trigliceridi nel sangue di coloro che bevono acque ricche di bicarbonati sono più bassi rispetto a chi, consumando lo stesso pasto, beve acque che contengono meno minerali.

– Il magnesio è un altro elemento indispensabile in quanto entra a far parte dei principali sistemi metabolici. È sempre meno presente negli alimenti, soprattutto se ottenuti con concimazioni chimiche e/o oggetto di raffinazione industriale (cereali). La sua presenza nelle acque potabili integra la quota assunta con il cibo (cereali integrali, legumi, semi oleosi, prodotti marini).

– Il calcio è presente nell’acqua in una forma particolarmente assorbibile, come è testimoniato dalle ricerche del Centro studi e ricerche di medicina termale dell’università di Milano, e non è relazionato con il rischio di formare calcoli renali.

– Il sodio è anch’esso essenziale per l’organismo, ma non deve essere assunto in eccesso. Le acque con basso tenore di sodio (meno di 20 mg/litro) sono particolarmente indicate nell’alimentazione dei neonati e di chi ha patologie renali.

Articolo di Paolo Pigozzi

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