di Giulia Cimini*

Nella notte tra il 5 e il 6 aprile 2009 un boato squarciò il silenzio di una tranquilla città di provincia, ridotta in pochi secondi ad una nuvola di polvere e macerie. Il giorno dopo la Domenica delle Palme, in tanti abbiamo vissuto nel profondo la fragilità della condizione umana, la sua precarietà oltre ogni retorica, uniti e separati in una tragedia al contempo collettiva ed estremamente individuale.

Anche quest’anno, per la seconda volta, l’anniversario del sisma è segnato dalle restrizioni imposte dal Covid-19, con una popolazione che con le sue candele ai balconi e alle finestre si stringe in un abbraccio virtuale intorno al fascio luminoso proiettato in alto da piazza Duomo – un tempo cuore pulsante della città delle 99 piazze, chiese e fontane –in quella che per L’Aquila è la notte più buia. A che punto è L’Aquila, a che punto sta la sua ricostruzione? Una domanda che mi sono sentita rivolgere spesso in questi anni, ma la verità è che ancora fatico a trovarvi una risposta soddisfacente.

Quella dell’Aquila è una ricostruzione a più velocità: quella privata, che con il suo 85% di cantieri ultimati e il completamento previsto nei prossimi due anni, ha proceduto molto più spedita rispetto a quella pubblica arenatasi a poco più della metà; o quella che vede la città favorita rispetto al cosiddetto “cratere”, ovvero tutti i borghi e le frazioni che le ruotano intorno, ugualmente colpiti, se non anche di più (tristemente nota la piccola frazione di Onna, rasa quasi completamente al suolo).

A procedere in totale diacronia e dissonanza è la ricostruzione “sociale” rispetto a quella materiale. All’improvviso, 12 anni fa, una città gelosa della sua identità intra moenia ed anche – inutile nasconderlo – delle sue “caste”, del suo passeggio sotto i Portici, salotto della città, tra i caffè e le vetrine eleganti, è collassata su se stessa, e con lei i tanti piccoli centri che le orbitavano intorno. Snaturata nel profondo, ha assistito inerme all’esplosione caotica di nuove periferie senza più un centro, delle new town, quartieri dormitorio che sostituirono i borghi blu delle tendopoli, e di anonimi centri commerciali che da allora hanno fatto la loro fortuna. E mentre i nomi si accorciavano in freddi acronimi delle abitazioni “provvisorie”, di scuole, uffici, diventando parte di un nuovo lessico quotidiano (C.A.S.E., M.A.P., M.U.S.P. fra i tanti), le distanze si allungavano tra le persone.

Un po’ come col Covid, si è parlato molto meno delle ferite profonde alla psiche che il terremoto ha lasciato dietro di sé. La “normalità”, per tanti, me compresa, è stata associata alla possibilità di ritrovare una casa dove collocare i resti di una vita sparsi e racchiusi negli scatoloni di mille traslochi. Ed è stata legata, quindi, a filo doppio con la ricostruzione materiale, in qualche modo “precondizione” di quella sociale. Questa “scala” di priorità è, tuttavia, fuorviante, nella misura in cui ci si illude, “sacralizzando” la prima, che tutto il resto segua, come in automatico. Questo terremoto, che colse di sorpresa tutti, proprio come il Covid, non ha impattato su tutti allo stesso modo, dispensando, invece, dolore e morte in maniera cieca e casuale.

C’è chi è stato straziato nei suoi affetti più cari, chi ha perso davvero tutto, chi quasi nulla. Questo non toglie valore al trauma di nessuno, ma le narrazioni livellanti non sono d’aiuto. E cosa ne è, poi, della socialità? Quali forme ha acquisito? Cosa o chi aggrega? Per quanto scontato possa sembrare, ricostruire una città va ben oltre la ricostruzione delle sue case e dovrebbe mirare, ad arginare la disgregazione sociale, che è perdita di identità. Ed è ugualmente importante proiettarsi nel futuro.

Si dice, si pensa, di puntare sul turismo e sulla formazione universitaria per tornare ai fasti antichi della città, ma questa è una distorsione: il terremoto ha inflitto un duro colpo ad un’economia da tempo in inarrestabile declino, da quando cominciò lo smantellamento progressivo dello storico polo industriale che, nel dopoguerra, era cresciuto intorno al colosso delle telecomunicazioni, la Sip, e dell’Italtel, che negli anni 80 dava occupazione a circa 5mila lavoratori e gran parte delle famiglie aquilane. Nel 2009 di quei 5000 non rimanevano che 200 operai, mentre agli altri non era rimasta che cassa integrazione, mobilità, e per molti la speranza dello scivolamento nella pensione.

Come giustamente ricordava Chiodelli sulle pagine dell’Huffington Post, l’enorme afflusso di finanziamenti pubblici per la ricostruzione ha creato una bolla economica legata al ciclo dell’edilizia, in quello che è ancora il più grande cantiere d’Europa. Ma, se il Superbonus previsto dal Decreto Rilancio potrà dare respiro alla città ancora per un po’, cosa accadrà dopo? Oltre alla mancanza di alternative sostenibili per rilanciare il fragile tessuto economico e sociale (e l’assenza di progetti infrastrutturali che connettano la città alle grandi arterie di comunicazione), il rischio è quello di ritrovarsi un’eccedenza di abitazioni e locali, tra quelli ricostruiti o restaurati, dove campeggiano già cartelli di vendita e affitto. Come trasformare il trauma vissuto in opportunità per il futuro è ancora la sfida che attende la politica.

*Giulia Cimini, aquilana, è assegnista di ricerca Gerda Henkel presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna ed esperta di partiti politici e sicurezza in Nord Africa e Medio Oriente.

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