Nel Regno Unito si pensa già al prossimo anno accademico che vedrà, si spera, tornare nelle aule gli studenti alle prese con i nuovi corsi. Secondo le indiscrezioni raccolte dal quotidiano The Telegraph, i professori della prestigiosa Università di Oxford sono orientati a rivoluzionare i corsi di studi musicali etichettati come “colonialisti”. Il colonialismo inglese ha avuto la sua massima espansione dal XVII al XIX secolo nel nord America, in India, in Africa e in Australia. Inevitabilmente nei secoli a seguire ci sono state delle influenze culturali orientate verso il “potere bianco”, un movimento ideologico basato sull’idea generale che gli uomini bianchi siano superiori agli altri gruppi etnici. L’evoluzione sociale negli anni ha portato a riconsiderare molti baluardi del passato sia sul piano politico che culturale. Non a caso la decisione degli accademici si è concretizzata sull’onda lunga delle proteste del Black Lives Matter, il celebre movimento attivista internazionale, nato nel 2013 all’interno della comunità afroamericana, impegnato nella lotta contro il razzismo. Il Movimento è tornato a far sentire la sua voce soprattutto dopo la morte di George Floyd, ucciso da un poliziotto lo scorso anno.

I documenti raccolti dal The Telegraph rivelano che sono sul tavolo del consiglio accademico riforme strutturali per cancellare quella che viene definita “l’egemonia bianca” nei corsi di musica. In particolare alcuni professori hanno etichettato la direzione, sino ad oggi sviluppata dagli studi, come “colonialista”. Nel concreto la prospettiva per i nuovi corsi musicali sarà quella di ridimensionare drasticamente lo studio delle opere di Mozart e Beethoven, perché “si concentrano troppo sulla musica bianca europea nel periodo dello schiavismo“. Dunque l’obbiettivo è quello di far sì che l'”egemonia bianca” sia rivista a favore di uno disegno di studi che sia inclusivo e che rispetti anche gli studenti di colore. Tra le varie proposte avanzate da alcuni accademici c’è quella di togliere l’obbligatorietà dello studio del pianoforte e delle partiture musicali per orchestra. Il motivo? “Sono capisaldi della musica europea bianca e causerebbe disagio tra gli studenti di colore”. Un altro problema riguarda anche gli assistenti universitari, “la maggior parte dei tutor sono bianchi e di sesso maschile”.

Dunque la volontà è quella di inserire nei piani universitari l’hip hop e il jazz. A questi si aggiungono anche “corsi di studi speciali” che possono essere scelti dagli studenti ad integrazione del curriculum universitario come gli i corsi socioculturali e storici sulle “musiche africane”, “la world music” e le “musiche popolari”. Un altro suggerimento è dare risalto anche alla musica pop, consentendo così agli studenti di approfondire le ultime evoluzioni del mondo discografico come, ad esempio, il record messo a segno da Dua Lipa con il concerto in streaming dell’evento “Studio 2054” che ha raccolto oltre cinque milioni di spettatori in tutto il mondo.

La parola ora spetta al Consiglio di Facoltà che dovrà esaminare tutte le proposte e decidere una volta per tutte se fare da apripista a quella che rappresenterebbe una vera rivoluzione nel mondo accademico mondiale.

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