Oggi è la Giornata mondiale dell’acqua. Molte le cose che si potrebbero ricordare per l’occasione, specie in rapporto al tema del cambiamento climatico che sta rendendo questo bene sempre più prezioso e scarso, tanto da lasciar presagire futuri (anche se non troppo lontani) conflitti per accaparrarsi questa risorse vitale.

Si potrebbe accennare anche alla recente minaccia della quotazione in borsa di un bene che non può essere trattato come gli altri, così come alla follia delle acqua minerali, i cui proprietari pagano cifre modeste per aver accesso a fonti da cui ricavano guadagni enormi. Quello su cui vorrei però focalizzarmi è il nostro rapporto con l’acqua, quello attuale di noi cittadini italiani. Un rapporto che è culturale e insieme psicologico, e che non esiterei a definire sbagliato ma anche incredibilmente folle.

La prima cosa assurda è il fatto che noi non sappiamo assolutamente da dove provenga l’acqua del rubinetto. Possiamo avere venti, quaranta o ottant’anni, per noi l’acqua arriva dal rubinetto e basta, non abbiamo cognizione della sua provenienza. Questo vale davvero per tutti, e anche io devo ammettere che solo di recente sono venuta a sapere da dove proviene l’acqua che ogni giorno arriva capillarmente in tutti gli appartamenti di una città con milioni di abitanti come Roma. L’ho capito grazie a un documentario per le scuole fatto dalla municipalizzata Acea. Un documentario in realtà pieno di pubblicità dell’azienda, anche dei servizi non idrici, come ho purtroppo potuto scoprire guardandolo. E tuttavia interessante per finalmente comprendere quali sono le enormi strutture che ogni secondo pompano migliaia di litri, per poi ricevere nel ciclo di ritorno le acque utilizzate. Uno spettacolo veramente ipnotizzante e molto istruttivo. Di cui nessuno, appunto, sa niente.

La seconda cosa pazzesca è il modo in cui noi ancora oggi, nel 2021, utilizziamo l’acqua. Ovvero come una fonte infinita. Se potessimo osservarci mentre siamo in casa, vedremo cose che oggi dovrebbero essere tramontate. Impieghiamo decine e decine di litri per sciacquare una pentola, anzi pure un coperchio, o per una caffettiera, lasciamo aperti i rubinetti per lavarci i denti oppure semplicemente perché ci siamo ricordati di prendere qualcosa nell’altra stanza, ci laviamo i capelli anche tutti i giorni; per non parlare di bagni, water, lavatrici e lavastoviglie, che pure sono almeno cose più necessarie.

Tutto questo mentre nel frattempo il mondo intorno a noi sta cambiando: cambia il clima, siccità continue colpiscono anche il nostro Paese, le piogge si fanno più rare e non siamo ancora capaci di sfruttare l’acqua che arriva invece improvvisa. Ma soprattutto mentre noi rovesciamo l’acqua per la pasta perché magari ci è entrato un piccolo innocuo insetto e la riempiamo di nuovo, centinaia di milioni di persone vivono con pochi litri di acqua al giorno, che magari devono conquistarsi con fatica e spostamenti, mentre ogni giorno migliaia di bambini muoiono non tanto e solo per fame quanto per la poca acqua a disposizione, ma soprattutto acqua sporca e malsana. E se è vero che l’acqua non si può trasportare, questo divario è comunque moralmente insostenibile e andrebbe radicalmente cambiato.

Senza acqua tutti noi moriamo. C’è, dunque, qualcosa di talmente sacro nell’acqua che dovremmo trattarla come un liquido preziosissimo. Invece non gli diamo alcun valore. La colpa però non è del tutto nostra. Perché a noi cittadini, consumatori di acqua, non vengono date informazioni essenziali, anzi per la verità non ci viene data nessuna informazione.

Sono anni che continuo a chiedermi perché le nostre municipalizzate non facciano campagne massicce per spiegarci come evitare di sprecare l’acqua che abbiamo. Per informarci anche sulla situazione attuale, su quanta acqua abbiamo oggi, su quanta potremmo contare domani. E invece nulla di nulla. Si parla molto di spreco alimentare, molto meno di quello idrico.

Non solo. È noto che il consumo individuale è solo una “piccola” fetta del consumo d’acqua, visto che a fare la parte del leone sono agricoltura e industria. Eppure anche su questo noi consumatori, se fossimo informati, potremmo fare molto. Chi, a parte gli addetti ai lavori, conosce cos’è l’impronta idrica di un alimento? Chi sa quanta acqua serve per produrre un chilo di carne, un chilo di ceci, un chilo di verza? Eppure sarebbe fondamentale, perché ancor più che chiudere il rubinetto di casa potremmo contribuire mangiando alimenti a bassa impronta idrica.

C’è una battaglia giusta e sacrosanta contro il consumo di carne soprattutto bovina, per motivi di salute e per la deforestazione che porta con sé in molti casi. Forse questo aspetto in piccola parte è passato nell’opinione pubblica, ma non certo quello dell’impronta idrica di una bistecca, migliaia di litri che, sono certa, sarebbe un potente incentivo a non mangiarla se le persone sapessero, se sull’etichetta fossero indicati anche i litri d’acqua necessari produrre i beni che usiamo e mangiamo.

Così di fatto, scarsamente o per nulla informati, continuiamo vivere come se l’acqua fosse infinita e a sprecarla oltre modo (gli italiani il doppio di altri paesi europei). È vero che l’acqua costa ancora poco, da noi, alcuni dicono troppo poco. Eppure la strada non è quella di aumentarne il prezzo – negli Stati Uniti il costo sta crescendo così tanto che le famiglie povere a volte non riescono più a sostenerlo, un problema che sta diventando endemico e drammatico – quanto quella di razionalizzarne l’uso e proteggerlo come bene comune. Questo è l’altro punto: gli italiani dissero chiaramente, tramite referendum, che l’acqua deve restare pubblica. Non è un bene che può stare sul mercato, essere privatizzato.

Eppure su questo punto la situazione resta ambigua, come dimostrano, per fare un esempio, le scellerate chiusure di Acea a Roma quando persone o condomini non possono pagare le bollette, specie quando arrivano cifre altissime per presunte perdite di cui non si era a conoscenza.

Tuttavia, se l’acqua è un bene pubblico, le persone non possono in alcun modo restarne senza, così come, forse, lo Stato non dovrebbe dare in concessione fonti pubbliche a privati che producono acqua minerale, pagando poco e guadagnando tantissimo. Insomma, con l’acqua noi italiani abbiamo un pessimo rapporto, perché la sprechiamo a oltranza e non cerchiamo di capirne di più. La responsabilità però non è solo nostra, ma anche delle istituzioni che non ci informano. E che continuano ad essere ambigue rispetto alla natura pubblica dell’acqua, che mai e poi mai dovrebbe essere messa in discussione, tanto più quando diventa una risorsa sempre più scarsa e a rischio.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: il tuo contributo è fondamentale

Il tuo sostegno ci aiuta a garantire la nostra indipendenza e ci permette di continuare a produrre un giornalismo online di qualità e aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per il nostro futuro.
Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Un anno fa ero tra le bare di Bergamo

next
Articolo Successivo

Coronavirus, perché la distanza forzata potrebbe trasformarsi in ‘abitudine’

next