A Parigi, Luigi XIV diventa Luigi 14, e il XVI secolo viene semplificato in 16° “perché i numeri romani possono essere un ostacolo alla comprensione”, sostiene Noémie Giard del Museo Carnavalet. Che dopo quattro anni di lavori è pronto a riaprire, non appena la pandemia lo permetterà.

Quando uno spazio museale si rifà il trucco non possono che aspettarsi delle novità. Degli adeguamenti sostanziali anche riguardo l’allestimento, naturalmente. Ma nel caso del Carnavalet si è deciso di fare molto di più. Nelle scritte esplicative, abbandonare i numeri romani in favore di quelli arabi. Una scelta che può contare su un precedente illustre. Al Louvre già da tempo i secoli non sono indicati con i numeri romani che invece resistono per re e regine. Disco rosso invece al museo di Belle arti di Rouen, in Normandia, dove il direttore Sylvain Amic ha deciso di mantenere in numeri romani.

Terminata la cronaca, spazio alle considerazioni. Già perché è più che evidente che la scelta delle direzioni del Louvre e del Carnavalet risultino controverse. Di certo, “moderne e dettate dall’osservazione della nuova realtà” per i sostenitori che anche gli spazi museali debbano adeguarsi all’utenza. Offrendo un prodotto accessibile a tutti, facilmente. Per contro, “quasi oltraggiose”, agli occhi di quanti ritengono che, pur dovendo attualizzare i contenuti offerti, non sia possibile derogare da alcuni elementi. Ognuna delle due schiere può far conto su nobili giustificazioni. Su argomenti condivisibili, in qualche maniera. D’altra parte, il punto non è trovare chi è nel giusto. Da quale parte penda la bilancia sulla quale i sostenitori e gli oppositori sistemano le loro opposte ragioni. Il punto non è criticare oppure plaudire alla scelta. Non serve.

Piuttosto che soffermarsi sulla scelta sarebbe forse più utile spostare il dibattito sul metodo. Già perché di questo si tratta. Le direzioni del Louvre e del Carnavalet, accertate le difficoltà di molti a identificare correttamente i numeri romani, hanno optato per una semplificazione: hanno virato sul “certo”. Decisione che può sembrare democratica. “La cultura è di tutti e per tutti”, si sostiene. Dunque per esserlo realmente deve divenire accessibile, realmente, deve risultare comprensibile. Altrimenti verrebbe meno il ruolo della cultura, il suo ruolo anche sociale. Tutto vero. Se non fosse che in questo modo i Musei si allineano alla comunicazione.

Da strumento di informazione e intrattenimento, ma anche pedagogico e d’istruzione, quotidiani e tv si sono progressivamente trasformati in amplificatori dei vizi e delle virtù nazionali. In strumenti di facile produzione di pensieri di “gregge”, piuttosto che di incubatori di sollecitazioni neuronali. Per questo forse sarebbe preferibile non cedere alla tentazione di offrire un prodotto semplificato, che risulta fruibile senza un minimo sforzo, senza prevedere alcuna crescita come invece la visita di un qualsiasi luogo della cultura dovrebbe contemplare. Ovunque. In Francia, come in Italia, dove è più che evidente esiste il medesimo problema. I numeri romani sono riconosciuti correttamente da un numero sempre più basso di persone.

Per esempio, a scuola capita spesso. Soprattutto alle medie. Durante le lezioni di storia, frequentemente. “Torino era parte dei possedimenti dei duchi di Savoia dal nono secolo …”, leggono alcuni ragazzi, confondendo il “IX” con l’”XI”. Mentre altri, leggono “Tra la metà del quattordicesimo e la fine del diciottesimo secolo una serie di indagini, scoperte e invenzioni determinò una rivoluzione in campo scientifico …”, anticipando l’inizio della rivoluzione scientifica di due secoli e posticipandone il termine di uno. Stessi errori nel corso delle ore di letteratura, geografia ed antologia. Con Aristofane, uno dei principali esponenti della commedia greca, vissuto tra il quinto e il sesto secolo a. C., confondendo quindi il “IV” con il “VI”.

Non è fuori luogo immaginare dunque che le difficoltà aumenteranno nei prossimi anni quando quei ragazzi saranno potenziali fruitori, paganti, di musei piccoli e grandi. Con il rischio concreto di non capire nulla di quel che è scritto nelle didascalie; di attribuire al secolo sbagliato il cratere bronzeo di una tomba gallica, come l’anfora dal Ceramico di Atene, il fanciullo del frontone est del tempio di Olimpia, come la testa di Ulisse dalla Grotta di Sperlonga.

Possibile che non ci sia alcuna alternativa alla semplificazione? Siamo davvero certi che sia preferibile dare per scontato che non si possa far altro che cambiare con queste modalità? Ora i numeri romani, domani chissà cosa. Siamo realmente convinti che si tratti di un’operazione realizzata in nome di una democratizzazione della cultura? Il dubbio che si tratti di altro si fa spazio. Sempre più prepotentemente. Almeno in qualcuno. Che ritiene ancora che le difficoltà vadano superate. Non evitate.

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