E insomma, alla fine abbiamo visto pure La bambina che non voleva cantare. Un film per la tv, si diceva una volta, sull’infanzia e l’adolescenza della cantante Nada, andato in onda su Rai1. E nulla, l’attesa per i titoli di coda è stata tanta. Un’esigenza nata pressappoco, e si è resistito parecchio, attorno al minuto 39 (su 110) con una dissolvenza in bianco candido etereo che a Janusz Kaminski (il direttore della fotografia di Spielberg, ndr) come dicono a Roma, gli spiccia casa. Non riusciamo ancora a capire, dopo tanta “fiction” in prima serata su Rai1, dove stia realmente il problema di una serialità produttiva così mummificata, elementare, intercambiabile, sfinente: se nella programmaticità tematica ferma nel caso de La bambina a La meglio gioventù (l’elettroshock, per dire); se nella rappresentazione bozzettistica della storia italiana (un Don Matteo versione anni sessanta); se nell’impossibilità di curare a priori esteticamente un prodotto per la tv che deve incontrare masse di spettatori (meglio non fare una panoramica a schiaffo altrimenti gli ultrasettantenni svengono). Viene spesso in mente un’affermazione che fece il regista Davide Ferrario parecchi anni fa ad un festival di cinema e letteratura curato da Angelo Guglielmi. Ferrario raccontava stupito che rispetto al suo girato in Rai avevano commentato in maniera critica: “è troppo scuro”. Ora, che esistano formule preconfezionate per la fiction di Rai1lo sappiamo. Quello che non capiamo è perché ad esempio si debbano coinvolgere storie particolari per paciugarle nello schema generico, o perché si coinvolga una regista capace e preparata come Costanza Quatriglio (L’isola, Terramatta) per paciugarla a sua volta allo schema generico di cui sopra. Quatriglio aveva poi già raccontato la vita di Nada in un bel lavoro documentario del 2009 intitolato Il mio cuore umano, a sua volta tratto dal libro biografico scritto da Nada che, detto per inciso, abbiamo seguito con entusiasmo e piacere in tanti piccoli live nei club dopo la rinascita con John Parish e l’album Tutto l’amore che ci manca. Insomma, la materia affrontata ci piace assai. Solo che con la fiction di Rai1 si finisce fuori strada alla prima curva. Metti in scena l’epoca di fine anni cinquanta e inizio anni sessanta nella provincia agreste livornese e come fai? Attenui la colorazione di vestiti, dei trucchi, della densità cromatica di oggetti, case, alberi. Accendi i fari, fai entrare luce (in maniera grossolana), metti fuori fuoco addirittura gli sfondi negli esterno giorno (minuto 77, sequenza della passeggiata con Nada e il ragazzino che le piace), giri interni giorno inondati di sole filtrati dalle tende bianche. Uno tsunami accecante che sfocia infine nel surreale involontario quando Nada e il padre entrano nel manicomio dove è ricoverata la madre. Un labirinto di luce che distrugge il vano tentativo di pathos della storia. Prendiamo proprio questo momentino qui del film, qualcosa che, non essendoci sottotesto per l’intero script (giusto la liason tra la barista e il medico, ma davvero che sforzo sovraumano) dovrebbe gettarci addosso il dramma del ricovero coatto. Ebbene, essendoci abituati al torpore biancastro per tutto il resto del film arrivati lì non possiamo che registrare l’eccezione come eventualità. Questo per capire, ai più, distratti, che il cinema è una cosa seria. Che l’effetto Kuleshov non è una sciocchezza da studenti del Dams. Che l’immagine spesso veicola significato anche oltre il testo. E qui l’immagine paciuga il resto annegando definitivamente le migliori intenzioni. Non rimane nemmeno la voce di Nada, perché Tecla Insolia pur essendo spigliata e spiritosa a livello recitativo invece di quel timbro nasale spericolato atipico di Nada gli regala una voce bianca (pardon) da coro della parrocchia più consono alle tonalità di Orietta Berti. Il bozzetto avrà rassicurato gli spettatori, ma davvero che incredibile piattezza e noia.

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