Vivere in Egitto, non sostenere politicamente il governo ed essere donna può avere conseguenze devastanti nel periodo storico che copre gli ultimi sette anni. Un Paese con una forte impronta patriarcale dove i diritti umani sono raramente stati tutelati, specie dal 2013 in avanti. Il regime del presidente Abdel Fattah al-Sisi, al potere dopo il colpo di Stato, nel tempo ha introdotto alcune leggi e modifiche della Costituzione che hanno fatto discutere. Oltre a concedere mandati illimitati allo stesso presidente, gridano vendetta i disegni di legge che hanno prodotto un giro di vite sull’informazione, con circa 600 tra testate cartacee e siti online oscurati, e quello diretto contro le ong sul fronte sociale ed economico.

Adesso arriva la discussione su una proposta di legge che intende mettere mano ai diritti acquisiti dalle donne: “Se la proposta avanzata dal governo dovesse essere convertita in legge sarebbe come tornare indietro di 200 anni – attacca Nehad Aboul Kmosan, avvocatessa che fa parte dell’Ecrw, Egyptian centre for women’s rights -. Respingiamo con forza questo progetto legislativo scioccante. In Egitto abbiamo donne in tutti i campi, addirittura ministre, donne che possono firmare contratti per conto dello Stato, ma in base a questa legge, non avrebbero nemmeno il diritto garantito di contrarre un matrimonio qualora fossero state precedentemente sposate”.

La proposta di legge è stata annunciata l’autunno scorso e adesso, dopo alcuni mesi di silenzio, il testo si trova al vaglio della Camera dei Rappresentanti in vista di una imminente adozione. Un gruppo di oltre 50 organizzazioni che si occupano di diritti delle donne ha firmato un documento congiunto in cui si chiede alle autorità egiziane di ritirare la proposta di legge. All’appello lanciato si sono uniti centinaia di personaggi pubblici che hanno aderito alla campagna: “L’attuale governo si vanta di avere molte donne all’interno dell’Esecutivo e di altre cariche dello Stato, ma con questa legge devasterà per sempre i diritti femminili” attaccano le organizzazioni in un documento.

Entrando nel merito, la proposta di legge del governo va ad incidere su tre temi centrali: il matrimonio, il divorzio e la tutela dei figli. Colpisce, in particolare, la creazione della figura del ‘tutor’ in grado, sempre e solo per la parte femminile, di poter dichiarare nullo il matrimonio entro un anno di tempo qualora ritenga la coppia incompatibile o, addirittura, la dote insoddisfacente. Non siamo al Medioevo, ma poco ci manca. Alle organizzazioni in tutela delle donne non va giù neppure l’idea che una madre single debba chiedere il permesso scritto dall’ex marito per viaggiare e su decisioni legali. Su questo punto la legge non prevede simili restrizioni anche per gli uomini: “Piuttosto – replicano le organizzazioni – chiediamo la modifica del regolamento per consentire ad una donna che decide di risposarsi, dopo aver divorziato, di mantenere la custodia dei figli da altro matrimonio: al momento la stessa passa al padre o alla nonna, non alla madre”.

Modifiche sarebbero previste anche sotto l’aspetto religioso, ad esempio le discriminazioni verso le donne cristiane che potrebbero perdere la custodia dei figli qualora il marito si converta all’Islam. Dalle proposte alla realtà dei fatti purtroppo il passo è breve in Egitto. È nella vita e nei drammi di tutti i giorni che si perpetua una subalternità latente della donna all’interno della società egiziana. È sufficiente analizzare quanto accaduto negli ultimi mesi a proposito di concetti che dovrebbero essere considerati astratti come la ‘pubblica decenza delle donne’.

Nonostante i social network vengano frequentati da ambo i sessi, il caso Tik Tok, esploso nel 2020, ha visto la giustizia del Paese assumere provvedimenti restrittivi solo ed esclusivamente nei confronti della parte femminile: 9 le donne arrestate e richiesta di condanne tra 2 e 6 anni; i processi sono tuttora in corso. Cosa dire poi del caso dell’anno in Egitto, lo scandalo dello stupro all’interno di uno degli hotel più lussuosi del Cairo avvenuto alcuni anni fa, anche se la notizia è emersa soltanto nel 2020 e l’inchiesta è subito partita. Una ragazza fu violentata per tutta la notte da un gruppo di rampolli dell’alta società egiziana. Al momento ad avere la peggio è stata una testimone di quanto accaduto: la sua denuncia le è costata il carcere per circa sei mesi, un’esperienza che l’ha scioccata al punto di tentare il suicidio.

Infine il dramma delle attiviste antiregime arrestate e detenute nella prigione femminile di Qanater. Alcune di loro, tra cui le giornaliste Solafa Magdy e Esraa Abdel Fattah, oltre all’avvocato Mahinour al-Massry, hanno denunciato maltrattamenti e violenze e lo hanno fatto pochi giorni fa durante l’ultima udienza per il rinnovo delle loro detenzioni: “Solafa, Esraa e Mahinour hanno raccontato di essere state vittime di vari episodi di abusi ed intimidazioni da parte di funzionari della National Security – afferma l’avvocato Nabil al-Genady -. Sono stati loro tolti gli effetti personali, compresi coperte e vestiti caldi, sono sottoposte a ripetuti episodi di bullismo e di forte disagio psicologico”. Le tre donne si trovano in carcere in attesa di giudizio dal 2019.

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