Se il 2020 non è stato facile per l’Arabia Saudita, il 2021 si presenta molto più spinoso perché la maggior parte delle promesse fatte dal principe ereditario Mohammad bin Salman sono inciampate o del tutto ritardate. Sulla testa del principe ereditario è arrivata anche la tegola del rapporto Cia sul coinvolgimento di Mbs nell’assassinio di Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul, con gli accordi miliardari per l’acquisto di armi Usa congelati. E dal Dipartimento di Stato sono arrivati alcuni “suggerimenti” vincolanti: sciogliere l’unità d’élite controllata da Mbs – sette membri della sua Forza di Intervento Rapido sono tra gli assassini di Kashoggi – e adottare riforme e controlli istituzionali per garantire che le attività e le operazioni contro i dissidenti cessino completamente. Il clima fra i due Stati adesso tende seriamente al freddo.

I problemi della casa reale saudita portano in dote le promesse di Mbs di porre fine alla dipendenza dell’Arabia Saudita dal petrolio con ambiziosi e costosi progetti di diversificazione che però devono ancora essere mantenute. Con il prezzo del petrolio che continua a precipitare, la leadership saudita non ha altra alternativa che continuare ad attingere alle sue riserve sovrane e cercare di prendere in prestito denari dai mercati monetari internazionali. Non sarà facile.

Mentre il dibattito sull’opportunità di sanzionare Mbs infuriava a Washington, poco distante si gettavano le basi per una campagna contro le casse del Regno wahhabita. Incoraggiati dalle nuove rivelazioni secondo cui il fondo sovrano è il proprietario dei due jet che hanno portato gli assassini di Khashoggi a Istanbul, i gruppi di difesa dei diritti umani si sono organizzati. “Il Fondo per gli investimenti pubblici dell’Arabia Saudita è stato direttamente coinvolto nell’assassinio di Khashoggi, sono stati utilizzati i suoi aerei per trasportare i killer in Turchia”, spiega Sunjeev Bery, il direttore esecutivo di Freedom Forward, gruppo che mira a porre fine al sostegno degli Stati Uniti ai Paesi non democratici. Si stanno moltiplicando gli appelli delle organizzazioni per la tutela dei diritti civili al disinvestimento in Arabia Saudita. In ogni caso, ancor prima dell’effetto di queste campagne, siamo ben lontani dalle aspettative del governatore del Fondo sovrano, Yasir al-Rumayyan, che l’anno scorso prevedeva di avere 2 trilioni di dollari in asset in gestione entro il 2030, il che lo avrebbe reso il più grande fondo patrimoniale del mondo.

Né gli investimenti esteri né i fondi locali possono coprire i costi dei nuovi progetti di sviluppo che Mbs ha pianificato. Nonostante la bassa domanda di petrolio durante la pandemia, il principe ereditario deve ancora comprendere appieno le implicazioni di un mercato in evoluzione in cui il greggio saudita non è più così centrale in un futuro nel quale si punta a una riduzione delle emissioni. L’Arabia Saudita non è riuscita a raggiungere il livello di diversificazione che ridurrebbe della metà la sua dipendenza dal petrolio e presto il Regno potrebbe diventare irrilevante, poiché più Paesi industrializzati passeranno a fonti di energia pulita nei prossimi anni.

I problemi del principe ereditario non riguardano però solo la diminuzione delle entrate derivanti dal petrolio e il mancato avvio dei programmi di diversificazione promessi nell’ambito del programma Vision 2030. Sarà anche perseguitato dalla mancanza di consenso sulla sua leadership se suo padre, il re Salman, dovesse morire nel 2021. I veleni a Palazzo reale non mancano, i rami della famiglia al-Saud sono tanti e Mbs li ha sfidati tutti. A breve termine, è probabile che la sua campagna di detenzione contro i suoi parenti – in testa suo zio, il principe Ahmed, ultimo fratello vivente di re Salman e discendente diretto del fondatore del Regno Abdulaziz, e suo figlio, l’ex principe ereditario Mohammed bin Najaf, ex capo degli 007 ed ex ministro dell’Interno – si intensifichi e raggiunga una più ampia cerchia di principi emarginati e scontenti. Nel reame ce ne sono 11 mila e tutti ricevono un appannaggio. Mbs potrebbe trovarsi costretto ad attingere di nuovo alla loro ricchezza. Nel 2017 trasformò il Ritz-Carlton di Riyad in una prigione a cinque stelle da dove i “detenuti temporanei” – membri di casa reale e businessman – uscirono soltanto dopo aver pagato più di 100 miliardi dollari. In Europa come negli Usa sembrò un’idea bizzarra ma innocua. Rivelava invece la vera natura di Mbs.

L’eventuale spostamento dell’economia globale dal petrolio limiterà la capacità dell’Arabia Saudita di mantenere la lealtà dei suoi cittadini se non potrà fornire i servizi di base a cui sono abituati. Le recenti tasse imposte alla popolazione, come l’Iva, segnano l’inizio di un travagliato rapporto Stato-società, in cui ci si aspetta che i cittadini privi di diritti di voto finanzino un tesoro opaco, una quantità sconosciuta di denaro di cui una cospicua parte svanisce nelle tasche di una manciata di principi. Senza rappresentanza politica e trasparenza, i sauditi potrebbero iniziare a fare domande su come vengono spese le loro tasse e insistere per avere voce in capitolo su come vengono distribuite. Ma il regime non mostra la volontà di coinvolgere i cittadini nel processo decisionale. Molti, di conseguenza, si sentiranno ancora più emarginati e privati dei diritti civili. Sarà solo una questione di tempo prima che i 34 milioni di sudditi inizino a farsi domande serie sul loro futuro in una monarchia assoluta che ha resistito – finora – a ogni richiesta di riforma politica.

Una diminuzione delle entrate petrolifere saudite potrebbe non essere così negativa per la regione araba: Riyad avrà meno fondi per promuovere politiche regionali reazionarie, come quelle che hanno fatto deragliare le Primavere Arabe del 2011, versando denaro in Paesi come Egitto, Giordania e Bahrein per reprimere la richiesta di democrazia che veniva dalle piazze. Le continue avventure militari nello Yemen diventeranno più pericolose e dannose senza fondi per coprire gli errori e gli orrori di quella guerra.

Molti immigrati arabi, asiatici e africani potrebbero invece essere danneggiati dalla riduzione della capacità dell’Arabia Saudita di importare manodopera straniera, perdendo un salario che a casa loro non hanno. Ci sono 5 milioni di lavoratori egiziani, pachistani, bengalesi, filippini nel Regno impiegati in lavori considerati umili o degradanti per un saudita.

Dall’elezione di Joe Biden, l’erede al trono ha perso il sostegno incondizionato che invece gli garantiva Donald Trump e adesso c’è anche il previsto ritorno di Washington ai negoziati con il suo arci-nemico: l’Iran. Sfilacciato il rapporto con gli Stati Uniti, Mbs potrebbe trovarsi sempre più alla deriva tra le braccia di Israele, cullandosi in un falso senso di sicurezza basato su trasferimenti segreti di sistemi di sorveglianza, tecnologia militare, attacchi mirati contro l’Iran e vari altri programmi di cooperazione clandestina. Ma è chiaro che si tratta di una sicurezza effimera, sfuggente. Non sono notti serene nel Palazzo reale di Yamama a Riyad.

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