Con Quello che non ti dicono Mario Calabresi nel suo ultimo libro racconta la terribile, drammatica, ma a suo modo tenera, storia di Carlo Saronio, giovane dell’alta borghesia milanese, simpatizzante e sostenitore di Potere Operaio, che nel 1975 muore a causa di un maldestro rapimento organizzato dai suoi stessi compagni. Il libro nasce dal desiderio di Marta di conoscere di più suo padre Carlo, morto senza sapere che Silvia, la sua ragazza, fosse incinta di lei. Calabresi con questo libro si trova in un’epoca che non avrebbe mai voluto rifrequentare, quella degli anni della morte di suo padre: il Commissario Luigi Calabresi.

Quello che non ti dicono è la storia del tradimento di Carlo Fioroni nei confronti di Carlo Saronio, della loro amicizia e fratellanza rivoluzionaria in Potere Operaio, all’ombra di Toni Negri. È anche la storia di una famiglia, i Saronio, che non riesce ad accettare che un suo figlio non segua le orme – non sempre pulite – dei fondatori, tra i quali alcuni che hanno fatto di tutto per escludere dai suoi rami la figlia di uno dei suoi membri. È anche una storia molto personale e autobiografica per Calabresi dopo il suo Spingendo la notte più in là, dato che suo padre sarà uno dei primi a doversi occupare del rapimento Saronio, in una Milano in cui sono in atto altri 8 rapimenti, con Vallanzasca e Turatello che scorrazzano e quando stanno per consolidarsi gli anni di piombo. Per capirci, Carlo sarà rapito un giorno prima della morte di Claudio Varalli e due prima di quella di Giannino Zibecchi.

Quello che non ti dicono collega tra loro però anche altre storie: la morte di Giangiacomo Feltrinelli, l’editore membro dei Gap, i Gruppi di Azione Partigiana, avvenuta per l’esplosione di una carica che, danneggiando un traliccio dell’alta tensione, avrebbe fatto mancare l’elettricità a buona parte di Milano; una vicenda in cui compare Carlo Fioroni, stipulatore dell’assicurazione del pulmino con cui Feltrinelli arrivò al funesto traliccio di Segrate; la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, della quale fu a lungo accusato il Commissario Calabresi (per il cui assassinio sono stati condannati 4 esponenti di Lotta Continua), e da ultimo, la morte di Alceste Campanile.

Se Carlo Saronio è pressoché dimenticato, Alceste Campanile, militante di Lotta Continua e in precedenza del Fronte della Gioventù di Reggio Emilia, è quasi del tutto sconosciuto. Anche la sua morte è avvenuta nel 1975, in giugno, ed è stata archiviata come avvenuta per mano di gruppi di estrema destra, una ricostruzione che il padre e lo zio di Alceste non hanno mai accettato, sostenendo invece che Alceste sarebbe stato ucciso perché a conoscenza di particolari sulla morte di Saronio.

Ne abbiamo parlato a “Incontriamoci anche online”, una rassegna organizzata dalla Biblioteca Carla Carloni di Ziano Piacentino e Vivere con Lentezza. Con noi c’era anche Enrico Castrovilli, cugino/amico di Carlo Saronio. Assieme ai tanti ricordi sono curiosamente emersi alcuni particolari che Mario Calabresi forse ignorava: a riconoscere Carlo Saronio fu chiamata una sua zia dentista poiché, dopo aver stazionato per quattro anni in una roggia, il corpo era in un grave stato di decomposizione. Quest’ultima, inoltre, ha rivelato di aver scoperto durante un intervento che Carlo soffriva di una forte intolleranza agli anestetici, cosa che assieme alla scadente qualità del prodotto usato per sedarlo durante il rapimento ne causò la morte e che, se risaputa, in quel frangente avrebbe potuto salvato.

Da ultimo resta il giudizio su Carlo Fioroni, ignobile traditore nella lettura di Mario Calabresi, ma che nel libro Ne valeva la pena. Storia di terrorismi e mafie, di segreti di Stato e di giustizia offesa (Laterza 2010), Armando Spataro, esimio magistrato, a pagina 163 cita così: “Mi ricordo anche Carlo Fioroni: pentito vero per avere cagionato la morte del suo fraterno amico Carlo Saronio”. Il concetto di pentimento e di amicizia è molto diverso tra Calabresi e Spataro, ma anche da una riflessione sul piano morale, umano e legale, questo aprirebbe un nuovo capitolo sul quale sarebbe bello discutere, magari non a valle di un fatto criminale.

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