Uno dei principi cardine su cui si fonda l’educazione (e non solo) di un essere umano riguarda il merito. La stessa derivazione del verbo “meritare”, del resto, pare risalire al significato agricolo del “dare i frutti”. In altre parole, ci si merita qualcosa se prima si è faticato, ci si è preparati e magari sacrificati in vista di un risultato che finalmente (ma non necessariamente) arriva. Ogni frutto richiede una semina, insomma, e poi la cura e del tempo prima di poter essere generato. Si tratta di un principio biologico che, però, si applica perfettamente anche al campo dell’educazione.

Soprattutto quella verso le nuove generazioni, nei confronti delle quali il merito non si rivela soltanto come un principio etico (guadagni qualcosa se te lo meriti), ma anche come una grande conquista esistenziale (questa vita ha valore, tu stesso ne hai, e il meritarsi qualcosa è una conferma di quel valore e del senso che puoi dare alla tua esistenza, comunque decidi di impiegarla). L’alternativa è che la vita diventi qualcosa di scontato, un automatismo in cui devi solo imparare ad accettare quello che viene, con l’indifferenza e l’apatia di chi sa che tanto nulla cambia, nulla si può fare perché in questa società è scontato che a ottenere frutti è soltanto chi proviene da determinate condizioni di privilegio.

Non è un caso che la parola “privilegio” rimandi alla condizione di una legge (lex) riservata a un singolo (privus). Il privilegio è la negazione del merito nella misura in cui il risultato finale è stabilito fin dall’inizio, e quel risultato (il frutto) è destinato a una persona soltanto. La società in cui vige la consuetudine del privilegio è quella destinata a fallire in maniera duplice: da una parte si condanna la maggior parte dei singoli a una condizione di nichilismo esistenziale, deleterio per tutti ma soprattutto nei giovani. Questo nichilismo spegnerà in loro ogni forma di impegno, di passione, di ricerca dello scopo per cui realizzarsi, perché eventualmente saranno altri i mezzi con cui provare a ottenere i frutti agognati (sottomissione, prostituzione, al limite violenza, eccetera). A quel punto, per loro crescere non significherà costruirsi delle personalità definite e diventare legislatori della propria esistenza, bensì rassegnarsi a fare a meno di quella personalità per ridursi a diventare esecutori passivi e ripetitivi delle leggi altrui.

Dall’altra parte, una società in cui il merito viene mortificato è condannata come collettività. Sì, avere privilegiati o nullità sottomesse nei luoghi chiave, senza che ovviamente abbiano fatto nulla per meritarsi quei posti, significa condannarsi al regno della mediocrità. E quel regno non fa sconti, perché prima o dopo i nodi arrivano al pettine, e avere politici, insegnanti, dirigenti, professionisti e in generale lavoratori mediocri comporta un prezzo altissimo: l’irrilevanza di quella società. Ecco perché non fa ridere per niente, ma anzi dovrebbe preoccuparci assai, quando in un governo che ci viene presentato come quello dei “migliori” spuntano fuori sottosegretari all’Istruzione che scambiano Dante Alighieri con Topolino, mentre altri a cui viene affidata la Cultura sono proprio quelli che da poco avevano proclamato orgogliosi di non leggere un libro.

È bene sapere che questa è solo la punta mediaticamente più visibile del fallimento etico e pedagogico di un intero Paese, che salvo rarissimi comparti ormai non produce eccellenze in alcuno degli ambiti che valorizzano una società. Abbiamo un crollo del Pil a due cifre, un numero di morti per Covid più alto al mondo e di vaccinazione tra i più bassi.

Mentre sorvolo sul numero di cittadini affetti da analfabetismo funzionale, su quanti non leggono più, sul livello di credulità alle fake news più improbabili. Scuola e Giustizia sarebbero le due istituzioni deputate a creare le condizioni per il merito e a vigilare sull’onesta valorizzazione dello stesso. Ma la prima è martoriata da decenni di politiche scellerate, che l’hanno resa per buona parte povera e anacronistica (specie rispetto alle nuove tecnologie), mentre la seconda è sempre più infestata da elementi eticamente corrotti e professionalmente inadeguati (il caso Palamara è stato il classico esempio di capro espiatorio che ha pagato per tutti gli altri…).

Sono tutti elementi di una tempesta perfetta che si sta abbattendo sul Paese, senza che il mondo intellettuale e dell’informazione si sogni di denunciare in maniera consona questo scempio. Siamo nel pieno di una “immoralità di gregge” che, a differenza dell’immunità di gregge contro il Covid-19, sta funzionando alla grande. Peccato che lo faccia non per debellare un virus, ma per uccidere un’intera nazione. Nell’indifferenza generalizzata e agghiacciante…

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