È un dato di fatto che i prodotti di Rai Fiction si siano sempre distinti per rappresentare donne e uomini assecondando banali cliché e stereotipi, ma non è affatto casuale quanto avvenuto in tre fiction prodotte dalla Rai: Che Dio ci aiuti 6, con la regia di Francesco Vicario, Le indagini di Lolita Lobosco, diretta da Luca Miniero, e Mina Settembre con la regia di Tiziana Aristarco. Tre serie televisive seguite da milioni di persone e che in meno di un mese hanno mandato in onda episodi che parlano di donne che inventano stupri.

Lo ha denunciato Aestetica Sovietica nell’articolo “Rai 1, adesso basta con i finti stupri” rivolgendosi ai vertici dell’azienda Rai: “Succede stasera per la terza volta consecutiva… quella che poteva sembrare una coincidenza appare sempre più come un disegno politico, o quantomeno un retaggio culturale imperdonabile in un Paese che fa già molta fatica a credere alle violenze sessuali”.

Da quando il fenomeno della violenza contro le donne viene denunciato in tutta la sua vastità e trasversalità si assiste ad una reazione uguale e contraria. Molti gruppi misogini propalano dati sballati sulle false accuse che ammonterebbero alla percentuale del 95% o 99% (a seconda di chi la spara più grossa) delle denunce dando corpo al fantasma di pregiudizi radicati e duri a morire.

Si alimenta la credenza che le archiviazioni siano calunnie mentre l’Italia viene sottoposta a vigilanza dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa e deve dare chiarimenti entro il 31 marzo su come vengono recepite le denunce di violenza delle donne. Il problema? La percentuale di archiviazioni e assoluzioni nel nostro Paese è elevata ed è al di sopra dei numeri europei.

Questo è il sintomo di un sistema giudiziario che non funziona, non che le italiane sono delle bugiarde patologiche. Molte archiviazioni per maltrattamento o violenza sono state seguite dalla morte cruenta e violenta di donne o dei loro figli. Per citare solo alcuni casi noti, Marianna Manduca, che vide archiviate 9 denunce, ed Elisaveta Talpis ridotta in fin di vita nonostante le denunce mentre il figlio venne ucciso nel tentativo di proteggerla dalle violenze del compagno.

Un fatto grave che ha portato alla condanna dell’Italia da parte della Corte di Strasburgo e al conseguenze procedimento di vigilanza. Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa attende il 1 marzo risposte dall’Italia dopo aver dichiarato che “il sistema italiano ostacola ancora l’accesso alla giustizia delle donne sopravvissute alla violenza domestica, come dimostra l’alto numero di archiviazioni preprocessuali delle denunce”.

Nonostante questo, in sfregio ad un principio di realtà e alle vittime, si vuol far passare il messaggio che esista un fenomeno di false accuse e che le violenze, quelle vere, siano marginali. Le indagini Istat sulla violenza hanno rivelato un enorme sommerso: 6 milioni e 788mila donne che hanno subito una forma di violenza fisica o sessuale e con un tasso di denuncia bassissimo tra il 12,2% e il 6%, a seconda che il partner sia una persona conosciuta o sconosciuta. Questo è il fallimento di un sistema giudiziario che nel secondo millennio ancora non riesce a dare fiducia alle donne.

Tutto questo si accompagna alla cassa di risonanza dei mass media che imbastiscono processi sommari alle donne che denunciano stupri spostando l’attenzione, ancora oggi, sulle loro condotte. Ne abbiamo avuto un pessimo esempio anche recentemente sulla stampa e in trasmissioni televisive quali Non è l’Arena e Quarto Grado che hanno affrontato il caso di Alberto Genovese e dato corpo a tutti i pregiudizi che vennero denunciati nel documentario Processo per stupro di Loredana Rotondo. Era il 1979 ma, dopo quasi 50 anni, la denuncia di una donna solleva immediatamente illazioni, dietrologie, dubbi, sospetti, moralismi se sopravvive allo stupro e lo svela.

La Rai è molto distante e lo sarà per molto tempo da produzioni quali Unbelievable (Netflix) che denuncia in maniera formidabile la vittimizzazione delle donne prima e dopo lo stupro quando non vengono credute per pregiudizi. Una serie che oltre a sfatare le false credenze sulla violenza sessuale è stata anche capace di mettere in scena interpreti intense ed emozionanti come le detective Karen Duvall (Meritt Wever) e Grace Rasmussen (Toni Collette) così distanti dai personaggi femminili tanto stereotipati quanto piatti che popolano le fiction della Rai e che riproducono modelli rassicuranti quanto poveri di carattere come la suora (Elena Sofia Ricci), la commissaria sexy (Luisa Ranieri) e l’assistente sociale (Serena Rossi).

Sempre le stesse monotone figure femminili suddivise tra il sogno erotico e il bisogno di donne oblative e accudenti di una angusta e stantia società misogina che non riesce a superare se stessa.

@nadiesdaa

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