di Federica Pistono*

Leggendo il romanzo Il quaderno di Kavafis di Marco Alloni (Jouvence, 2020), si riceve l’impressione di scorrere un libro arabo, in particolare egiziano, una di quelle opere che, tanto per la prosa colta quanto per l’atteggiamento di contestazione ai regimi che hanno tradito il “sogno nasseriano” in nome della sudditanza al capitalismo, si inseriscono nel solco di una tradizione letteraria egiziana che si richiama alle decennali lotte di resistenza al potere di scrittori come Sonallah Ibrahim, Mohammad al -Busati, Ibrahim Aslan, Gamal al-Ghitani, Edwar al-Kharrat e molti altri.

Ma c’è di più: la trama dell’opera ruota intorno all’avvento di un profeta successivo all’Inviato di Allah, vale a dire Muhammad (Maometto), fatto che presuppone un atteggiamento lato sensu eretico, in immediato contrasto con i dettami della fede islamica. L’azione del protagonista Zahannad, infatti, nella sua vocazione di contestazione mistico-marxista ai regimi assoggettati al capitalismo, rappresenta un elemento di aperta polemica, a livello non solo religioso, ma anche politico e sociale, nei confronti dell’attuale governo egiziano e di tutti i regimi dominati dal capitalismo.

La storia comincia ad Alessandria d’Egitto, negli anni Cinquanta, con la famiglia Karinakis, infiammata dalla passione politica e circondata da divinazioni e premonizioni. Da questo nucleo familiare, infatti, fondato dalla veggente Mariam, alessandrina di origine greca, e da suo marito, il maestro orafo musulmano Ahmed Bashir, nascerà Zahannad, un nuovo profeta destinato a sconvolgere i destini della nazione. Sarà un profeta dei poveri, dell’anticapitalismo, dell’impossibile accordo fra marxismo e misticismo?

Il romanzo esordisce dipingendo un articolato affresco della storia egiziana contemporanea, per poi avventurarsi nella descrizione di una società futura, immaginaria. Dal 1952, anno della Rivoluzione egiziana, che determina la caduta della monarchia, l’istituzione della repubblica e l’avvento dei militari al potere, la trama si dispiega infatti fino a un ipotetico 2049, disegnando i contorni di un Egitto utopico, un Paese in cui potrebbero realizzarsi la giustizia sociale e una società fondata su libertà, uguaglianza, dignità e rispetto dei diritti umani, beni finalmente concreti e fruibili per tutti.

L’opera può leggersi non soltanto come un romanzo in parte storico, in parte utopico, ma anche come un quadro impietoso delle contraddizioni del nostro tempo, dei pericoli esiziali a cui il sistema capitalistico sta esponendo la sicurezza dei popoli. Un’utopia, dunque, ma saldamente ancorata alla realtà contemporanea.

Ricorrendo a un registro ironico e beffardo, non privo del gusto del grottesco e dell’assurdo, il romanzo contiene anche l’esortazione a compiere la propria scelta esistenziale: impegnarsi nella battaglia contro l’ingiustizia o capitolare di fronte al sistema capitalistico, in cambio di una facile felicità fondata sull’egoismo? In questa lotta tra il bene e il male, la risposta all’interrogativo è lasciata a una frase di José Saramago riportata a esordio del libro: “L’alternativa al neoliberismo si chiama coscienza”.

Al di là della vena innovatrice, in qualche modo sovversiva che attraversa il testo, notevole appare anche il riferimento al poeta alessandrino di origine greca Konstantinos Kavafis, che, nelle sue opere, affrontò tematiche come il richiamo ai classici greci, l’incertezza del futuro, i piaceri sensuali, l’omosessualità e la nostalgia. Nel romanzo di Alloni, il quaderno di Kavafis è il diario personale in cui il profeta Zahannad annota episodi, esperienze, speranze, fin dalla prima giovinezza, quando inizia a compiersi lo straordinario destino che la vita ha in serbo per lui. Anche il riferimento a Kavafis, dunque, contiene un messaggio polemico, dal momento che il poeta alessandrino fu spesso accusato di aver attaccato i valori della cristianità, del patriottismo, dell’eterosessualità.

Un romanzo, quello di Alloni, ricchissimo di riferimenti culturali, che riportano il lettore all’universo culturale greco non meno che a quello arabo-islamico, al patrimonio della sapienza sufi, allo spazio delle figure profetiche, un testo in cui emerge l’idea che la figura del profeta sorga nelle epoche più buie della storia dell’umanità, quando ineludibile diviene l’esigenza di un ritorno alla speranza. Un romanzo godibile per diversi motivi, dall’eleganza della scrittura all’importanza dell’impianto storico e culturale, dalla suggestione dell’intreccio degli eventi narrati all’originalità di ambientazioni e personaggi.

* traduttrice ed esperta di letteratura araba

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