La folla accalcata per ore dietro le transenne, la caccia alla foto con il sosia di Pavarotti o di Liz Taylor nell’era pre selfie, i fan che bramano un autografo (di un famoso vero o di un aspirante tale, nessun differenza), la signora in visone demi buff – consacrato status symbol da Mike Bongiorno nelle sue telepromozioni – che trascina il marito annoiato all’Ariston. C’era una volta il Sanremo strapaese, quello della festa di piazza e degli assembramenti selvaggi, altro che zona rossa e mascherine. E il primo a raccontare quel Festival e a coglierne tutte le sfumature pop fu Gianfranco Agus, storico inviato de La vita in diretta che per vent’anni, da metà anni ’90 in poi, non solo seguì l’evento ma trasformò l’ingresso dell’Ariston in palcoscenico di umanità varia.

Agus, il suo primo Sanremo da inviato?
A metà anni ’90. Mi mandarono a fare una sorta di «altro Festival», due ore di diretta dall’Hotel Londra. Andò avanti per qualche anno, poi quando Michele Cucuzza iniziò a condurre La vita in diretta salì a Sanremo e mi mandarono on the road: capimmo subito le potenzialità dei collegamenti perché la festa vera era lì, non in studio.

Quasi per caso, iniziò a presidiare l’ingresso dell’Ariston.
Parliamo del ’97 e lì davanti c’ero solo io. Poi anni dopo sono arrivati i tg e le altre trasmissioni. Era un periodo meraviglioso: cominciavo la mattina incontrando i cantanti negli alberghi e il pomeriggio mi piazzavo davanti all’Ariston per raccontare l’umanità che si ammassava dietro le transenne.

La sua intuizione quale fu?
Trasformare quello spazio in set. Trascinavo fuori i cantanti, li facevo uscire dal foyer e li portavo a stringere le mani alla gente, che se ne stavano setto otto ore dietro una transenna. C’erano persone che spedivano ai parenti la classica cartolina «Saluti da Sanremo», ma la città non l’hanno mai vista perché non mollavano la prima fila della transenna nemmeno sotto la pioggia.

Le sue interviste alle signore tirate a lucido, in pelliccia e paillettes, in coda con il biglietto in mano restano un cult.
C’era gente che partiva da tutta Italia, molti dal sud, e per vedere il Festival spendevano un anno di risparmi. Io mi avvicinavo e gli chiedevo: «Signora, mi faccia vedere com’è vestita, si spogli». Alcune partivano in quarta, aprivano la pelliccia, mostravano autoreggenti e sottovesti davanti alle facce granitiche dei mariti.

Dica la verità: quanto si è divertito?
Tantissimo. Era il sogno di ogni inviato. Ho incrociato un’umanità straordinaria e coltivato amicizie speciali: con Lucio Dalla prendevo il sole la mattina in albergo, con Nino D’Angelo abbiamo parlato per ore costruendo un rapporto di stima. È stato un periodo magnifico.

La sera poi si piazzava alla porta carraia per intercettare i grandi ospiti. Gli incontri indimenticabili?

Sgattaiolavo dentro anche se la security non voleva. Capitò di tutto, da Sharon Stone che mi prese sottobraccio durante l’intervista a Madonna che non mi degnò di uno sguardo: andammo poi a cercarla a Montecarlo ma non la trovammo nemmeno per sbaglio.

L’episodio cult?
Una sera era atteso Jon Bon Jovi. Arrivò con sette macchine nere di scorta, che si allinearono davanti all’ingresso: da una auto scese un tizio, io partii come una freccia convinto che fosse lui e lo intervisto per dieci minuti. Scoprii solo dopo che quello era il chitarrista.

L’apice della sua esperienza sanremese?
Nel 2014, quando Pif che mi chiamò per fare il Pre Festival, una striscia di dieci minuti prima di ogni serata. Era tutto estemporaneo e la cosa piacque al pubblico che ci premiò con ascolti record. Aldo Grasso scrisse che eravamo stati «sublimi»: per me quella recensione fu come vincere l’Oscar alla carriera.

Il Sanremo più bello che ha visto in quegli anni?
E chi li ha mai visti? Ho fatto ventidue anni di Festival da inviato senza mai guardarlo da seduto in platea.

Come sarà il Festival 70+1 senza pubblico fuori e dentro l’Ariston?
Diventerà uno show televisivo e basta, si perderà il pathos della festa di piazza caciarona e stropicciata. Ed è un peccato. Ma del resto non si può fare diversamente. Però Amadeus e Fiorello sono due fuoriclasse e sapranno fare un grande spettacolo.

Pochi sanno che lei arrivò in tv grazie a Pupi Avanti.
Il merito, o la colpa, dipende dai punti di vista, fu sua. Frequentavo il suo gruppo di amici, a Bologna, e mi volle nel cast di Hamburger Serenade, un programma di Rai1 che giravamo al Bandiera Gialla di Rimini, con due giganti come Gianni Cavina e Carlo Delle Piane che ci davano consigli. Io facevo un surreale inviato in giacca e cravatta dal Lago di Lochness: girammo alle 6 del mattino in un laghetto vicino Rimini, con una piattaforma mi faceva immergere nelle acque ghiacciate. Indimenticabile. Poi Pupi mi chiamò per girare Ultimo minuto, con Ugo Tognazzi ed Elena Sofia Ricci, in cui avevo una parte drammatica.

Il suo sogno era quello di fare l’attore?
Sì. Frequentavo il liceo Nazareno, a Roma, incrociavo De Sica e Verdone ed ero molto amico di Barbara Mastroianni. Il pomeriggio andavo a studiare a casa sua, parlavo con Flora Clarabella e con Marcello Mastroianni. Un giorno gli dissi: «Marcello, voglio fare l’attore». E lui mi rispose: «Ah Gianfrà, c’è posto per tutti».

Complice suo zio, l’indimenticabile Gianni Agus, era di casa anche dai Tognazzi.
Ho avuto la fortuna di crescere dai Tognazzi. Ero tra le cavie che assaggiavano i piatti preparati da Ugo, giocavo a tennis con Gianmarco: con lui e Christian De Sica girai Vacanza in America, film culto in cui interpretavo Rocky, il fidanzato pariolino di Antonellina Interleghi, contrapposto al borgataro Claudio Amendola che le faceva la corte.

L’incontro che le ha cambiato la vita?
Quello con Ave Ninchi. Alla fine degli anni ’80 mi chiamarono a condurre con lei Il sabato dello Zecchino, su Rai1. Fu una palestra straordinaria, sia professionale che umana. Ave mi insegnò ad aspettare la battuta, a masticare i tempi. Poi fuori dalle scene mi raccontava degli anni sul palco con mio zio e con Aldo Fabrizi, le stagioni teatrali dove al massimo le pagavano la cena. «Ho guadagnato più con la tv che in cinquant’anni di teatro».

Come descriverebbe suo zio a chi non lo ricorda?
Un grande attore, una persona generosa. Aveva studiato all’Accademia di arte drammatica con tutti i più grandi, da Manfredi a Gassmann, da Tognazzi a Sordi, a casa sua incrociavo gente come Bice Valori e Paolo Panelli. Fu la spalla dei più talentuosi ma fece anche teatro ad altissimi livelli. Un giorno Paolo Villaggio mi disse: «A tuo zio non ero simpatico, poi però abbiamo creato un legame speciale».

Torniamo alla tv. I suoi esordi da inviato?
Mi chiamarono a Rai2 per fare Detto tra noi, con Patrizia Caselli e Piero Vigorelli, che Beniamino Placido ribattezzò «Vampirelli», perché fu il primo a portare la cronaca nera nel pomeriggio televisivo. Ricordo una giornata a Corleone: io facevo un gioco a premi poi passavo la linea a Vigorelli che andava in giro per il paese con la scorta e parlava di Riina. Detto tra noi diventò La cronaca in diretta poi Vita in diretta e ci sono rimasto per 23 anni.

Quando capì di essere diventato l’emblema degli inviati?
Quando mi chiamarono i Vanzina per il film Adesso sesso. Facevo me stesso nel ruolo dell’inviato: «Signor Agus, sono il cornuto più famoso d’Italia mi può intervistare?».

Lei è rimasto imbrigliato nel ruolo di inviato: le è pesata questa cosa?
Forse sì. Ed è stato faticoso girare senza sosta per l’Italia per due decenni consecutivi. Ma quando ti etichettano in un ruolo, il rischio di restarci a lungo lo metti in conto. In fondo non ho mai ambito a tornare in studio e ho amato tanto il mio lavoro, ho avuto la fortuna di farlo senza mai perdere la passione.

Nemmeno quando, nel 2004, la sospesero per presunta pubblicità occulta?
Quel periodo fu durissimo, rimasi fermo un anno senza poter lavorare. Durante un collegamento in un ristorante, Striscia la Notizia fece irruzione accusando il programma di pubblicità occulta: sospesero in via precauzionale me e il regista Pietro Pellizzieri, mentre Cucuzza si autosospese.

Un anno dopo l’inchiesta fu archiviata e voi prosciolti da ogni accusa.
Ma non fu facile vivere con la croce addosso. «Ma si, lo fanno tutti», mi diceva la gente fermandomi per strada. Io però me la prendevo il doppio perché sapevo di non aver fatto nulla. Poi fummo completamente scagionati ma i giornali dedicarono alla notizia appena un trafiletto.

A La vita in diretta ha lavorato con tutti i conduttori, da Alda D’Eusanio a Lamberto Sposini, da Cucuzza alla Venier. Chi l’ha colpita di più?
Tutti, ognuno in modo diverso: sono stato fortunato perché con me sono stati generosi e mi hanno lasciato sempre molto tempo per i collegamenti. In diretta scattò un feeling con Mara Venier, con cui si creavano degli sketch estemporanei divertentissimi, come quando il cane di Ela Weber cercò di mordere il mio microfono.

Con nessuno di loro è diventato amico?
Questo è un lavoro strano in cui ti sembra di aver legato con tutti ma appena le strade si dividono, tanti saluti. Un’ammirazione particolare ce l’ho per David Sassoli, una persona straordinaria, timido, di cuore. Siamo rimasti amici, ho fatto il tifo per lui quando è stato eletto presidente del Parlamento Europeo.

Dopo più di vent’anni, da una stagione all’altra è sparito dal video: perché?
Dopo 44 anni di contributi, ho deciso di lasciare. Avrei potuto continuare a collaborare ma non mi rivedo in questa tv: fare un collegamento ironico o leggero tra un fatto di cronaca e l’altro, non mi faceva sentire a mio agio. Arriva un momento in cui fare una scelta e io ho scelto di vivere bene.

Altre proposte dalla tv?
Ho detto sì solo ad Amadeus per I soliti ignoti e lì mi sono divertito. Per il resto mi hanno offerto di fare diversi reality, l’ospite e l’opinionista ma ho rifiutato perché non m’interessa, non mi dà nulla. Meglio lasciare un buon ricordo e che la gente si ricordi di me col sorriso.

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