La variante inglese del coronavirus è “più contagiosa dal 30% al 50%” rispetto agli altri ceppi in circolazione ed è associata “a un aumento del rischio di ospedalizzazione e morte“. Sono queste le conclusioni preliminari a cui è arrivato il New and emerging respiratory virus threats advisory group (Nevrtag), cioè la controparte britannica del nostro Comitato tecnico scientifico. Il team di esperti, che assiste Downing Street nella gestione della pandemia, ha analizzato 12 studi indipendenti condotti nel Regno Unito sulla variante inglese, indicata con la sigla B.1.1.7, e ha fornito il suo primo responso. Solo nelle prossime settimane, però, in concomitanza “con un ulteriore consolidamento dei dati”, potranno essere elaborate delle “analisi definitive”.

Nel documento, disponibile online a partire da oggi, si legge innanzitutto che in base allo studio di dataset multipli “ci sono le prove che l’infezione da B.1.1.7. sia associata a un aumento del rischio di ospedalizzazione e morte rispetto all’infezione da virus” non mutato. Gli scienziati però avvertono che “il rischio assoluto di morte dovuto all’infezione rimane basso“. Poi c’è il nodo contagiosità: una delle ipotesi è che la mutazione comporti un aumento della carica virale nelle persone positive, facilitando quindi la propagazione dell’infezione. Potrebbe essere questa la causa alla base nell’aumento del tasso di mortalità osservato in Regno Unito. Più il virus di diffonde, infatti, più rischia di colpire ospedali e case di riposo, dove le persone sono più fragili ed esposte alle conseguenze del Covid. L’aumento dei decessi associato al ceppo Uk è stimato tra il 30 e il 70% in più, ma va ricordato che questo non comporta un incremento della letalità (cioè della capacità della malattia di portare alla morte).

Commentando il documento britannico, il virologo dell’Università di Milano Bicocca Francesco Broccolo rileva che “è importante sottolineare che il tasso di trasmissione più elevato del 30-50%, con un potenziale aumento dei casi da sei a otto volte in un mese, solleva forti preoccupazioni circa la velocità con cui la pandemia progredirà. Attualmente non vi sono comunque prove che la gravità o la progressione della malattia vengano modificate“. Broccolo osserva inoltre che la trasmissione della variante inglese, indicata con la sigla B.1.1.7 “non è stata contenuta dal lockdown di novembre in Inghilterra, che invece ha ridotto di due volte gli altri casi di Sars-CoV2” e rileva che “un lockdown più rigoroso, sufficiente a ridurre l’incidenza delle precedenti varianti del virus del 90% in un mese, potrebbe ridurre l’incidenza di B.1.1.7 solo del 20-40% nello stesso periodo di tempo”. Bisogna infine considerare che “sono necessari circa due mesi dalla comparsa iniziale della variante B.1.1.7 alla constatazione del suo impatto sul numero di casi complessivi, in particolare in presenza di altre varianti del virus in circolazione”

Qui il link allo studio

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