Non ci sono evidenze incontrovertibili sull’esistenza di un legame tra Covid 19 ed epilessia, ma sulle terapie contro entrambi le malattie sono emersi evidenti punti di contatto. Prima con il farmaco tocilizumab e poi con il farmaco anakinra, entrambi usati come terapia antinfiammatoria contro alcune forme di epilessia e attualmente allo studio contro Covid 19. Ma se contro l’infezione da Sars Cov 2 abbiamo al momento solo segnali incoraggianti – a dir la verità un po’ meno lo sono quelli relativi al tocilizumab – contro l’epilessia entrambi i farmaci si stanno rivelando davvero molto promettenti. Specialmente in vista dell’obiettivo “Troviamo una cura per tutte le epilessie”, che coincide proprio con il claim scelto quest’anno dalla Lega Italiana contro l’Epilessia (Lice) in vista della Giornata mondiale dell’Epilessia che si celebra lunedì 8 febbraio.

L’epilessia è una malattia del cervello che affligge circa 60 milioni di persone nel mondo e 600mila in Italia. Le cause sono diverse e la malattia è spesso associata a deficit cognitivi, ansia e depressione e stigmatizzazione delle persone che ne sono affette. I farmaci attualmente disponibili offrono un controllo prevalentemente sintomatico delle crisi epilettiche, comportano effetti collaterali e non funzionano in circa il 30% dei pazienti. Inoltre, questi farmaci non prevengono l’insorgenza della malattia nei soggetti a rischio. Da qui l’urgente necessità di sostenere la ricerca per sviluppare nuovi farmaci che agiscano sui meccanismi molecolari chiave implicati nello sviluppo della malattia al fine di arrestarla o prevenirne l’insorgenza.

“Tocilizumab e anakinra sono due farmaci anti-infiammatori approvati per uso clinico in malattie autoimmuni (come ad es. artrite reumatoide)”, spiega Annamaria Vezzani, responsabile del Laboratorio di Neurologia Sperimentale dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS. “Agiscono bloccando le proteine (chiamate recettori) che riconoscono due molecole infiammatorie, rispettivamente la interleuchina 1 e la interleuchina 6 (chiamate citochine), quindi impediscono a queste due molecole di produrre i loro effetti infiammatori. Poiché le due citochine – continua – contribuiscono alle crisi epilettiche in forme acquisite di epilessia, il blocco dei loro recettori può ridurre le crisi”. Questo è stato dimostrato dai ricercatori milanesi in modelli sperimentali di epilessia. “Recentemente l’applicazione clinica dei due farmaci ha dimostrato effetti terapeutici in forme catastrofiche di epilessia che si possono manifestare nei bambini in età scolare e nei giovani adulti, cioè nella cosiddetta sindrome di FIRES”, dice Vezzani.

“I due farmaci sono per ora stati utilizzati per uso compassionevole in quanto non ancora approvati per l’epilessia. Nella sindrome di FIRES quindi i due farmaci – continua – agiscono alla radice del problema, bloccando una cascata infiammatoria patologica. In alcuni dei pazienti che hanno risposto ad anakinra per esempio, il farmaco è stato sospeso ma le crisi non si sono ripresentate. Poiché la risposta infiammatoria nel cervello ha un ruolo nella generazione delle crisi anche in altre forme di epilessia acquisite più comuni, è possibile che questi farmaci abbiano una applicabilità clinica più vasta, ma sono necessari studi clinici per appurarlo”. Una recente ricerca dell’Università Vita-Salute San Raffaele ha mostrato che anakinra è in grado di spegnere la tempesta di citochine infiammatorie che colpisce i pazienti con forme gravi di Covid-19.

Oltre ai farmaci, ci sono altre strade che si stanno valutando contro l’epilessia. “Ad esempio, c’è la chirurgia per la rimozione della zona del cervello dalla quale originano le crisi, ma è applicabile solo in specifici tipi di epilessia dove tale zona è ben identificabile e se la rimozione chirurgica non compromette funzioni importanti che influenzino negativamente la qualità di vita del paziente”, sottolinea Vezzani. “Poi ci sono interventi terapeutici basati sulla neurostimolazione ad esempio del nervo vago o attraverso elettrodi impiantati in aree cerebrali profonde o elettrodi corticali di superficie”, aggiunge. Attualmente, quest’ultimo settore di ricerca è molto vivace. “Si cerca di migliorare gli approcci di stimolazione con congegni a circuito chiuso che permettano di stimolare la zona del cervello appropriata e solo al momento della comparsa della crisi, o solo quando si riconoscono alterazioni di attività cerebrale che precedono la crisi, al fine di bloccarla prima che si manifesti pienamente”, precisa la scienziata. “Ci sono poi terapie basate su diete specifiche, come ad esempio le diete chetogeniche a basso contenuto di carboidrati ed alto contenuto di grassi poli-insaturi (omega3-PUFA). Infine, esistono nuovi approcci di terapia genica – aggiunge – volti a forme genetiche di epilessia dove si vuole sostituire la funzione del gene mutato inserendo delle molecole di Rna messaggero che producono la proteina mancante, ma sono approcci ancora in fase iniziale di sperimentazione”.

Da quando è scoppiata la pandemia la ricerca scientifica su altre patologie, come appunto anche l’epilessia, ha subito forti rallentamenti. “Ma nonostante questi grandi ostacoli – sottolinea Oriano Mecarelli, Presidente LICE, Dipartimento di Neuroscienze Umane La Sapienza (Roma) – sono stati compiuti importanti passi avanti nella cura di due gravi forme di epilessia: è stato approvato, infatti, il primo trattamento a base di cannabidiolo in grado di ridurre in oltre il 40% dei pazienti, in particolare per quelli che soffrono della sindrome di Lennox Gastaut e della sindrome di Dravet, la frequenza delle crisi epilettiche, anche dopo 12 mesi di trattamento. Si tratta di un risultato straordinario, ma la strada è ancora tutta in salita e dobbiamo compiere grandi sforzi affinché tutte le epilessie trovino una possibilità di cura”.

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