Quando Kai-Fu Lee, ex capo di Google China, scrisse nel suo libro AI Superpowers: China, Silicon Valley and the New World Order (2018) che la tecnologia digitale avrebbe portato enormi cambiamenti nei sistemi educativi di tutto il mondo, si riferiva soprattutto ai cambiamenti radicali nel lavoro dei docenti, gran parte dei quali – stando a quanto detto dallo stesso Lee in un’intervista del 2018 – andrebbero incontro alla deprofessionalizzazione, riducendosi a svolgere, per così dire, mera attività di tutoring o animazione digitale, perché le lezioni sarebbero all’appannaggio esclusivo dei “masters”.

“Le lezioni dovrebbero essere tenute dai grandi maestri. Ci dovrebbe essere un fisico che ha vinto il Nobel ma che è anche un grande insegnante. Tutti dovrebbero imparare da quel docente. Nella nuova forma in cui stiamo investendo in Cina, il rapporto è uno a mille, un docente per mille studenti”.

L’enorme quantità di investimenti effettuati negli ultimi quindici anni dai colossi tecnologici nel settore dell’istruzione aiuta a comprendere come l’orizzonte di cui parla Lee sia prossimo. Dalla progressiva digitalizzazione dei modelli di apprendimento/istruzione – che ha conosciuto una fortissima accelerazione durante la pandemia da Covid-19 – già emergono numerosi problemi che hanno, tra l’altro, il merito di squarciare il velo ideologico posto sul fenomeno.

Quanto accaduto di recente alla Concordia University a Montreal (Canada) ne è un chiaro esempio: l’università canadese sta ora utilizzando per un corso academico le videolezioni registrate di un professore morto nel 2019. A rendersi conto della situazione è stato, per caso, uno studente, Aaron Ansuini, il quale, assai sorpreso, si è precipitato a scrivere su Twitter: “Ciao, chiedo scusa, ho appena scoperto che il prof di questo corso online che sto seguendo ‘è morto nel 2019’ e tecnicamente sta ancora facendo lezioni dato che è ‘letteralmente il mio prof per questo corso’ e sto studiando dalle lezioni registrate prima della sua morte”.

La Concordia University non si è scomposta dalla notizia e, in un comunicato, ha spiegato che le videolezioni del professor François-Marc Gagnon sono da considerarsi dei semplici “teaching tool” (strumenti didattici), al pari dei testi d’esame, che, si sa, spesso sono scritti da persone che ora non sono più in vita. Per l’università lo “scandalo” si chiude qui. Per i docenti, invece, si apre un periodo pieno d’angoscia: nella spietata concorrenza per ottenere un posto di lavoro ora si aggiungono i morti. E non si devono avere dubbi sulle scelte delle università, dato che sempre di più, a livello globale, sono organizzate come le aziende private, cioè all’insegna del profitto: un professore morto costa meno di uno vivo.

Non solo l’insegnamento online si è rivelato faticoso, come molti studi recenti riferiscono, ma sta anche fornendo alle università i “teaching tools” che consentono la riduzione o, addirittura, la sostituzione dei docenti. Con un’abbondanza di videolezioni caricate sulle piattaforme universitarie, oltre che di materiali e testi scritti per agevolare l’apprendimento degli studenti, riciclabili all’infinito, le università si trovano ora nella migliore posizione per aumentare i profitti.

Nelle università che assomigliano sempre di più a Netflix o HBO, dove si possono scegliere i corsi on demand, resta da capire la ragione per cui gli studenti dovrebbero continuare a pagare le tasse, ma l’ansia per il profitto, a quanto pare, non consente questo tipo di ragionamenti.

Il fatto che i morti possano ora sostituire i docenti vivi, come è accaduto alla Concordia University, rappresenta, a livello simbolico, la migliore metafora per descrivere l’attuale stato dell’insegnamento accademico. Mai come in questo caso, inoltre, abbiamo visto risvegliarsi “dal regno dei morti i mezzi di produzione” per diventare “fattori del processo lavorativo” (K. Marx, Il capitale, Libro I, Ed. Riuniti, 1994, p. 234).

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