Non è certamente possibile discutere le capacità e competenze di Mario Draghi, un grande banchiere, che ha fatto la storia finanziaria e monetaria dell’Unione europea degli ultimi anni. Ma, appunto, pur sempre un banchiere. Forse una scelta obbligata per Mattarella, che vuole legittimamente evitare le elezioni date le implicazioni che esse presentano dal punto di vista sanitario, ma una scelta obbligata che giunge al termine di un vicolo cieco imboccato da tempo dalla politica italiana, un sentiero sdrucciolevole sul quale essa si era da tempo incamminata, fino alle ultime accelerazioni suicide imposte dall’abominevole Renzi, un politico di mezza tacca che manderebbe l’Italia e l’intero pianeta allo sfascio pur di potere continuare ad illudersi di contare qualcosa.

Matteo Renzi certamente rappresenta meglio (o peggio) di ogni altro la quintessenza di questa politica farlocca, priva di qualsiasi orizzonte ideale e pronta a servire qualsivoglia potere purché forte e solvibile, si tratti pure del serial killer a capo della monarchia assoluta saudita. L’espressione quindi di una decadenza che è cominciata almeno trenta anni fa, obliterando fra l’altro ogni prospettiva di rispetto e realizzazione della Costituzione repubblicana. Ma è certamente in buona compagnia. E la crisi della politica, come osserva acutamente Domenico Gallo, è aggravata da un meccanismo elettorale perverso come il Rosatellum, altro parto dell'”intellighentsia” renziana.

Il livello intellettuale e tecnico di Mario Draghi è certamente superiore a quello medio dell’attuale classe politica. Ma la sua scelta rappresenta solo un pannicello caldo di fronte alla tremenda crisi della politica italiana che sembra essere entrata in fase terminale. Deleteria in particolare appare l’illusione, a quanto pare condivisa perfino da Beppe Grillo, che la tecnica possa supplire alle carenze della politica. Laddove è quest’ultima a dover effettuare le scelte e invocare un “tecnico imparziale”, che tale visibilmente non è, equivale solo all’ennesimo tentativo di confondere le acque e nascondere le carte che si hanno in mano.

Fortemente politica in particolare è, come hanno dimostrato Salvo D’Acunto e Pasquale De Sena in un loro recente saggio, la manovra delle grandezze monetarie, dei tassi d’interesse e del debito pubblico. Il saggio in questione parte proprio dalla nota sentenza del Bundesverfassungsgericht contro le politiche di Draghi, ma vale per ogni tentativo di contrabbandare per “tecnica imparziale” quelle che sempre sono scelte politiche, in un senso o nell’altro.

Il vero punto è quindi il seguente. Che farà Draghi sul blocco dei licenziamenti? Sul reddito di cittadinanza? Sull’utilizzo dei fondi europei? Sulle scelte fiscali? Nulla garantisce che si muova nel modo corretto e la politica, buona o cattiva che sia, è inevitabilmente destinata a rientrare dalla finestra, anzi a ben vedere non è mai davvero uscita dalla porta.

Prima o poi il popolo italiano sarà chiamato, al più tardi nella scadenza istituzionale del 2023, ad esprimere il proprio voto, ma si rischia di arrivare a tale appuntamento nella peggiore delle condizioni se non ci saranno forze, magari inizialmente piccole e marginali, che sappiano fare arrivare alle più larghe masse un messaggio chiaro, nel senso che, Draghi o non Draghi, il prezzo di questa crisi non può assolutamente essere pagato da chi già lo paga da una vita. E che quindi i licenziamenti devono continuare ad essere bloccati, il reddito di cittadinanza va esteso, i fondi europei devono essere destinati non già a foraggiare le solite lobby molto amate da Renzi, e non solo da lui, ma progetti di effettiva modernizzazione nel segno della sostenibilità ecologica e sociale e della lotta al riscaldamento globale, il sistema fiscale deve colpire in modo proporzionale e non discriminatorio redditi e patrimoni.

In questo senso ho apprezzato la decisione di Rifondazione comunista di dire no a Draghi. Quest’ultimo, che come si diceva è un banchiere di grande spessore, dovrebbe tornare a fare il banchiere, altrimenti rischiamo fortemente di avere un Paese governato come fosse una banca. Con tutto il rispetto per queste ultime, si tratta di due cose molto diverse. Lo stesso Draghi ne è certamente consapevole, ma nulla garantisce che operi le scelte giuste, data la sua cifra ideologica e culturale e il fatto che dovrà comunque fare i conti colle forze politiche esistenti, Innominabile compreso, per non parlare di lobby potenti come la Confindustria, le stesse banche e troppe altre.

Non ci sono uomini della Provvidenza che tengano, quindi. Sempre più urgente si rivela invece la costruzione di una forza alternativa che rappresenti una possibile via d’uscita all’attuale sfascio della politica italiana. Di un aspetto fondamentale della problematica afferente a tale alternativa, le politiche europee e globali e l’indebitamento, parleremo giovedì in un webinar che vedrà la partecipazione di Salvo D’Acunto, Pasquale De Sena, Ramiro Chimuris della Rete internazionale di cattedre sul debito pubblico, e Michela Arricale del Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia (CRED).

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