di Davide Zibetti

In questo intervento vorrei valutare la proposta del presidente Sergio Mattarella di istituire un governo tecnico guidato da Mario Draghi, tralasciando di analizzare gli antefatti, i protagonisti di questa triste vicenda e in generale i tornaconto e i rapporti di forza tra le forze politiche in campo, quanto invece valutando l’opportunità o meno di un governo tecnico che esautori la politica per i prossimi mesi, se non anni, in questo momento storico.

I precedenti governi tecnici, e in particolare il governo Monti, senza per questo voler giudicare la sua azione di governo sono nati in un contesto per cui si erano rese necessarie alcune riforme strutturali che non erano frutto di nessuna visione politica, ma imposte dalla situazione economico-finanziaria del momento. Possiamo poi discutere se la situazione fosse realmente così drammatica, ma partendo del presupposto che queste riforme fossero necessarie è chiaro che la visione politica non fosse necessaria alla loro attuazione; e che anzi la stessa politica vedesse di buon occhio l’intervento di un terzo attore non politico come puro esecutore di riforme impopolari.

La politica avrebbe poi ripreso il suo ruolo e cercato di attuare la propria visione, sia essa di destra o di sinistra, una volta che la situazione economico-finanziaria si fosse stabilizzata.

La situazione attuale, per quanto di emergenza dal punto di vista sanitario, è totalmente differente dal punto di vista economico e finanziario. Dal punto di vista economico perché la ricetta per uscire dalla crisi attuale dovuta al Covid non è “imposta”, non è un fatto tecnico di pura attuazione, ma dipende dalla visione politica che sia ha della società e la ricetta è tanto diversa tanto più differenti sono le visioni politiche. Dal punto di vista finanziario la diversità è ancora più marcata, perché nei prossimi anni si dovrà gestire un’immensa quantità di investimenti pubblici, che finalmente daranno alla politica la possibilità di attuare quelle visioni strategiche che spesso rimangono sulla carta, sminuite dalle possibilità finanziarie del momento.

In quale altro momento storico la Politica, intendo quella con la P maiuscola, avrebbe maggiori possibilità di realizzare quei programmi di cui continuamente discute, se non ora che ci sono le risorse finanziarie? Non solo è un’opportunità per la Politica, ma ritengo sia un dovere raccogliere la sfida, come lo è stato durante la ricostruzione postbellica.

La politica ha bisogno di soldi per attuare i proprio programmi e cambiare, si spera in meglio, la società; altrimenti rimane pura teoria. Se la politica abdica ora alla gestione di questi investimenti, abdica alla sua missione e delega un soggetto terzo – peraltro allineato ad una certa visione della società – a realizzare la sua visione politica, perché la gestione di questi finanziamenti pubblici è di per sé un atto politico e non un fatto tecnico.

Se la politica riprenderà il controllo solo a valle di questi investimenti non solo non avrà più i mezzi finanziari per attuare il proprio programma, ma ancor peggio la società sarà irrimediabilmente plasmata dall’utilizzo di questi fondi che indirizzeranno la società in un verso o nell’altro. Altrimenti sorge il sospetto che come per la famosa lettera al governo Monti, anche il Recovery Fund sia concesso dall’Europa all’Italia sotto la dettatura di un cronoprogramma di investimenti predefinito di cui Mario Draghi è il mero esecutore materiale.

Se questo è il caso, l’importante è esserne consapevoli e come italiani dirci chiaramente che la democrazia è un lusso che non ci meritiamo e che per il nostro bene è meglio farci guidare dagli illuminati che siedono al di fuori del nostro parlamento. Se invece crediamo alla democrazia, con tutti i suoi difetti, allora non possiamo accettare un governo tecnico, ma pretendere elezioni che indichino chi avrà l’onere di gestire questi investimenti e attuare il proprio programma politico.

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