In principio fu la politica. Poi venne l’antipolitica. Infine è il tempo dell’arcipolitica. O almeno così pare, a sentire coloro che mentre rivendicano la centralità della politica e del parlamento se ne vanno in giro per Stati canaglia a farsi dare lauti gettoni da prìncipi più o meno sanguinari e conculcatori di diritti sprizzanti petrolio da tutti i pori.

È un fatto, tuttavia, che nonostante la debolezza della politica vi sia una risposta alla cosiddetta antipolitica, un colpo di coda, una narrazione che vuole che la politica sia tornata al centro della vita pubblica, contro coloro che la presentavano come completamente marcia. Se l’antipolitica era il rifiuto della politique politicienne e buttava con l’acqua sporca anche il bambino, l’arcipolitica è l’esaltazione dell’inciucio in Transatlantico, il ricordo nostalgico dei patti, delle crostate e delle cene a base di crackers e acciughe in scatola.

L’arcipolitica è l’elogio delle grisaglie, delle vecchie liturgie, del proporzionale, è il motto di Condorcet portato alle estreme conseguenze: “Il popolo mi ha inviato per esporre le mie idee, non le sue”; laddove le ‘idee’, qualora ve ne fossero, sono tanto numerose ed esposte ai venti quanto le foglie a Vallombrosa.

Che per i cosiddetti alfieri dell’antipolitica esistesse un rischio di normalizzazione era chiaro a chiunque avesse occhi per vedere. Quanto a me, nel 2016 avevo scritto che nel M5S era cresciuta “una classe dirigente più matura, meno ruspante e anche più capace di dialogare con la realtà produttiva del paese. Occorrerà vedere se queste nuove facce dialoganti riusciranno a mantenere il vantaggio del M5S, quel vantaggio dovuto a un certo oltranzismo che li ha fatti apparire ‘duri e puri’ agli occhi di chi non ne poteva più della ‘vecchia politica’”.

Ma la cosa grottesca è che nel tempo dell’arcipolitica, l’establishment che era il bersaglio della contestazione registri la normalizzazione (vera o presunta) con un misto di riprovazione e sollievo: “Lo vedete? Siete diventati stronzi proprio come noi!”.

Così l’arcipolitica è il rotondismo elevato a sistema, il “io so’ io” del Marchese del Grillo detto a tutti quelli che “uno vale uno”, la cancellazione di ogni pudore e di ogni dissimulazione del tatticismo, anzi la rivendicazione della politica come arte del compromesso nel senso deteriore. Laddove c’era il neo-corporativismo si dà luogo, nell’epoca dell’arcipolitica, al neo-inciucismo orgoglioso, veicolato da pagine che sembravano satiriche e che ora invece ci appaiono sempre più un sinistro presagio dell’eterno ritorno dell’identico: Una foto della prima repubblica ogni giorno, o I socialisti gaudenti.

L’arcipolitica è icasticamente rappresentata dalle uscite su ‘Berlusconi presidente della Repubblica’ (horribile dictu): il menefottismo della classe dirigente autoreferenziale che, sconfitti gli ‘scappati di casa’ e ristabilita la nobiltà di toga degli eterni parlamentari senza vincolo di mandato e senza vincolo di mandati (i famigerati due mandati parlamentari prima del Pd, mai attesi, e poi dei 5S, in procinto di essere disattesi), torna a sottolineare che la politica, quando c’è bisogno, dice perfino che Ruby è la nipote di Mubarak.

E così l’arcipolitica è una ragion di Stato in sedicesimo, un arzigogolo casuistico pronto alla giustificazione di qualsivoglia porcata, e indossa la maglietta di un gongolante Calderoli che dichiara tronfio di aver fatto un vero Porcellum.

L’arcipolitica si avvita su se stessa, peraltro. Se voleva essere esaltazione dell’autonomia del politico, in realtà si affida mani e piedi legati alla ‘competenza’ esterna. Ma competenza non vuol dire niente, perché un’autentica idea di competenza, in un mondo di divisione del lavoro e iper-specializzazione, ha senso solo quando declinata come ‘competenza-a-fare-qualcosa’. La competenza del manager non è la competenza del politico, perché richiede strumenti, visioni, finalità completamente diversi. Così l’arcipolitica vorrebbe esaltare le competenze e in solo colpo nega l’autonomia del politico che voleva riaffermare e afferma una concezione superstiziosa delle competenze, come le vecchine di paese che chiedevano al medico il consiglio su come votare perché comunque “quello è laureato”.

L’arcipolitica è narrazione ma anche self-deception: che la politica sia tornata a contare lo dicono politici che vogliono essere salvati dai tecnici, perché sanno di non contare più nulla, e risolti tuttalpiù a trovarsi un lavoro grazie ai reseaux che hanno creato con la politica.

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